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McChurch è un blog che analizza
da una prospettiva multidisciplinare cosa succede quando le chiese assimilano le dinamiche della cultura consumistica.

Se l’hype è un’aspettativa esagerata prodotta da una gran quantità di clamore verso un’innovazione che deve ancora dimostrare davvero la propria efficacia, il “successo silenzioso” fa emergere quello che era rimasto fuori dai radar quando i fatti hanno già parlato e i risultati sono innegabili.

L’eventuale clamore che si produce non è a priori, ma a posteriori; come effetto, non come causa; come evento spontaneo, non come prodotto artificiale.

Graficamente, possiamo immaginarlo così:

Questo schema è sicuramente più coerente con le dinamiche “organiche” che hanno caratterizzato la Chiesa primitiva e che ritroviamo anche come simboli di crescita nel Nuovo Testamento.

La crescita organica della Chiesa

Ciò che emerge chiaramente dal risveglio descritto negli Atti è la spontaneità degli eventi. Non c’è una pianificazione strategica, non ci sono le complesse tecniche e strategie di “church growth” che hanno caratterizzato il cristianesimo mcdonaldizzato.

La chiesa primitiva non aveva strutturato a tavolino alcun “piano di crescita”, eppure crebbe. Si diffuse in modo organico, quasi impercettibile, ma inesorabile, come una nuova specie introdotta in un ecosistema, che era esattamente ciò che era: una nuova specie, una nuova umanità, un nuovo tipo di persone il cui DNA era quello di Cristo.

Ancora una volta due metafore bibliche possono aiutarci a capire meglio questo concetto di crescita organica

La dinamica del seme (Marco 4; I Corinzi 3)

In Marco 4 vediamo l’immagine del seme applicata sia alla Parola di Dio nel contesto dell’evangelizzazione/conversione personale sia al regno di Dio che “germoglia e cresce” in maniera spontanea e si espande nel tempo in qualcosa di grande e fruttuoso.

Queste figure ci parlano di qualcosa che non dev’essere forzato, che non richiede una strategia dettagliata (notare l’enfasi sul seme che “germoglia e cresce senza che egli sappia come” del v. 27), ma che ha già in sé un potenziale di crescita dettato dalla sua stessa natura divina.

Quindi non ci deve essere alcun impegno da parte nostra? Non ci deve essere alcuna cura, responsabilità, lavoro? No, perché la natura divina dell’opera non esclude la responsabilità della Chiesa. Ecco perché Paolo, a una chiesa divisa in fazioni ricorda che il compito dei servitori è “piantare e annaffiare” ma che la crescita è responsabilità di Dio. In I Corinzi 3 vediamo che c’è una responsabilità inequivocabile per la Chiesa e la sua leadership, ma il merito ultimo della crescita lo ha Dio, perché è Lui che colma gli inevitabili limiti dell’impegno umano. Qui viene smantellata la tendenza “carnale” (vv. 1, 2, 3, 4) a identificare sia con le “tecniche di crescita” sia con singole personalità (Paolo, Apollo, Cefa …) il successo di qualcosa che è da attribuirsi unicamente a Dio. Gli uomini possono essere “servitori”, “collaboratori”, “architetti” più o meno esperti e capaci ma “se qualcuno tra di voi presume di essere un saggio in questo secolo, diventi pazzo per diventare saggio”.

L’hype è carnale perché porta a comportarci secondo “la natura umana” (v. 3), esaltandone i mezzi e le personalità, mentre le dinamiche “agricole” del regno di Dio si dimostrano tanto più efficaci tanto più riconosciamo i nostri limiti, in un esercizio caratterizzato dall’umiltà e dallo spirito di servizio.

Mentre l’hype ha bisogno di rumore e clamore continuo, il “seme divino” sa crescere nel silenzio, ma inesorabilmente,

La dinamica del corpo umano (Efesini 4:11-16)

La concezione organica di chiesa ovviamente trova la sua massima espressione nella metafora del corpo, che ho già affrontato in McChurch,

e su cui ci soffermiamo per il concetto di crescita, che è allo stesso tempo individuale e collettiva.

Crescita personale. I singoli credenti devono passare dall’essere “bambini spirituali” facili prede di “ogni vento di dottrina” a “uomini compiuti, all’altezza della statura perfetta di Cristo”. Come facciamo a crescere? Attraverso strategie umane? Attraverso una continua stimolazione della nostra dopamina? No, “seguendo la verità nell’amore”, che ci fa crescere “in ogni cosa”, in ogni aspetto della nostra vita cristiana.

Crescita collettiva. Se cresciamo come singoli membri del corpo, allora crescerà anche il resto del corpo di cui siamo parte integrante. Nessuno è escluso, “tutto il corpo” deve essere collegato e ben connesso con l’aiuto di “tutte le giunture” e può crescere “nella misura del vigore di ogni singola parte”. Tutti sono coinvolti, in modi diversi, in una crescita che non mette al centro brand, organizzazioni o personalità, ma che trova la sua causa, il suo mezzo e il suo scopo in Cristo.

Abbandonare l’adultescenza cristiana. Il “successo silenzioso” del credente e della Chiesa si dimostra nella sua maturità, quando ci si lascia alle spalle un cristianesimo infantile e si mira all’adultità spirituale (cfr I Corinzi 14:20). Un grande rischio è rimanere nel limbo tutto contemporaneo dell’adultescenza cristiana che ha soltanto l’apparenza di maturità, ma rimane ancorata allo stile di vita e alla mentalità immatura tipica della cultura dell’hype:

Viviamo in una cultura che celebra la leggerezza, l’immediatezza, la giovinezza eterna.
Essere adulti non è più percepito come un traguardo, ma quasi come una sconfitta.
Il messaggio sociale è sottile ma costante: non crescere, non invecchiare, non fermarti.
Bisogna essere sempre nuovi, performanti, flessibili, desiderabili.
La maturità, con la sua lentezza e la sua profondità, è vista come qualcosa da evitare.
E così, in questo tempo sospeso, crescere diventa un atto controcorrente.
La responsabilità viene confusa con la perdita di libertà, la stabilità con la noia, l’impegno con la rinuncia.

L’adultescente si muove in questa ambiguità: desidera appartenere al mondo dei “grandi”, ma al tempo stesso ne teme la gravità, la struttura, le conseguenze.Dietro la sua ironia, dietro la sua apparente leggerezza, si nasconde spesso la paura profonda del fallimento, dell’inadeguatezza, dell’essere “scoperti” come non abbastanza forti, non abbastanza capaci, non abbastanza pronti1.


  1.  Questa definizione di adultescenza si trova in: https://www.jessicazecchini.it/senza-categoria/adultescenza-i-danni-psicologici-invisibili-sulla-nuova-generazione/ ↩︎