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McChurch è un blog che analizza
da una prospettiva multidisciplinare cosa succede quando le chiese assimilano le dinamiche della cultura consumistica.

Un recente articolo del magazine cristiano Relevant affronta un tema cruciale che sta ridefinendo il paesaggio della chiesa americana e, di riflesso, globale: la fine di un’era e l’inizio di qualcosa di forse ancora più complesso.

Per avere una panoramica ampia del punto di partenza di questo argomento consiglio la lettura di questo capitolo di McChurch.

L’articolo The Christian Celebrity Era Is Over. What Replaced It Might Be Worse di Annie Eisner, pubblicato il 8 luglio 2025, ci offre spunti profondi per continuare la riflessione sullo stato del cristianesimo moderno.

La “caduta degli dei”: la fine dell’era delle celebrità cristiane?

Per anni, la chiesa americana ha avuto un “fascino per la celebrità”. Si guardava a pastori di megachiese e figure di alto profilo come Chris Pratt, Kanye West o Justin Bieber come prova che il Cristianesimo avesse ancora una presa culturale significativa. Un sistema così radicato da essere chiamato il “Complesso Industriale delle Celebrità Cristiane.

Lo scandalo che ha coinvolto Carl Lentz nel 2020, con la sua espulsione da Hillsong a seguito di rivelazioni di infedeltà e disfunzioni sistemiche, ha provocato un effetto domino ed è stato il momento che ha segnato la “fine di un’era”.

Improvvisamente, l’attrattiva dei pastori carismatici in abiti firmati sembra avere avuto in momento di crisi. Per una generazione già disillusa, scandalo dopo scandalo, stava calando il sipario.

Un sintomo del “significativo declino della fiducia nelle istituzioni”.

Come sottolinea Katelyn Beaty, autrice di Celebrities for Jesus, la “cultura delle piattaforme” ha cambiato la chiesa americana, e molti americani sono predisposti ad attaccarsi a “figure individuali” che non hanno mai incontrato personalmente, ma che vengono a simboleggiare valori, aspirazioni, ideologie politiche e persino “un sapore teologico”.

Il sospetto verso le istituzioni non è nuovo nel panorama evangelico. L’enfasi su un’esperienza di salvezza “altamente individualistica” ci ha sempre resi un po’ scettici verso quelle strutture istituzionali che non sembrano fare un “lavoro dinamico per il Regno” (che spesso vengono identificate nelle classiche “denominazioni”).

L’ascesa degli influencer cristiani: il nuovo paradigma?

Mentre un tipo di piattaforma scricchiola vistosamente, un’altra emerge prepotentemente: gli influencer cristiani.

Spesso non si tratta di pastori, autori o teologi qualificati, ma guadagnano milioni di “like” parlando di Dio online.

Condividono testimonianze, grafici con versetti biblici, devotional, podcast, reel e video TikTok su ciò che lo Spirito Santo gli ha “rivelato”. E sono diventati enormemente popolari.

Perché questa popolarità? I social media rendono queste relazioni molto più “personali”.

Le persone sentono di conoscere questi influencer, di potersi fidare di loro, e arrivano a costruire la propria spiritualità attorno ai loro contenuti. Invece di collegarsi alle chiese locali, si collegano a Instagram, TikTok o YouTube per ottenere nutrimento spirituale da qualcuno che sentono “più vicino, meno istituzionale, più reale”.

Anche in Italia, l’attenzione sugli influencer cristiani diventa sempre più forte.

Fine o nuovo inizio? Verso l’ibridazione

La realtà quindi si fa ancora più complessa.

Il successo del modello dell’influencer è tale che anche le vecchie “celebrità” stanno adattando le proprie strategie di comunicazione al nuovo paradigma digitale.

Più che la fine, si tratta molto più probabilmente di una nuova fase del modello delle “celebrità cristiane”. Sicuramente più liquido, come liquido è il sistema dei social network che lo alimenta.

Il modello degli influencer però consente anche a nuovi personaggi di emergere, anche pastori o altri “leader” che in passato non avrebbero potuto costruire piattaforme per i limitati mezzi a loro disposizione, ora possono beneficiare dell’immediatezza dei social, armati soltanto del loro smartphone e di una buona connessione.

Anche il mondo evangelico italiano, che non ha mai conosciuto direttamente (se non di rimbalzo dal mondo anglosassone) la stagione delle “celebrità cristiane” inaugurata dai telepredicatori degli anni ’70 e ’80, assiste all’emersione di una schiera di influencer con decine di migliaia di follower sulle varie piattaforme social.

Quali sono i rischi

Qui sta il punto cruciale dell’analisi dell’articolo della Eisner: questa nuova era potrebbe essere “peggiore”.

Ecco alcuni dei nuovi rischi che si affacciano nel mondo evangelico:

  • Confusione tra influenza e formazione: L’influenza non significa sempre formazione spirituale, e la visibilità non garantisce saggezza. Spesso, questi influencer sono essi stessi “nuovi nella fede”. Possono essere sinceri, persino edificanti, ma “non sono i nostri anziani, pastori o responsabili”.
  • Confusione tra incoraggiamento e autorità: I confini tra incoraggiamento cristiano e branding da influencer sono sfumati, così come la linea tra incoraggiamento e autorità. Questo solleva una domanda fondamentale: “Chi ci sta formando davvero? Da chi veniamo discepolati?”.
  • Confusione nella misurazione del successo: Troppo spesso, la chiesa ha “imitato i principi commerciali secolari per valutare il successo”. Ma le metriche del discepolato non si trovano nei follower o nelle visualizzazioni di video. Il problema non è che gli influencer parlino di Gesù, ma che “li trattiamo come vittorie spirituali”, usando la loro popolarità come un indicatore di quanto il Cristianesimo sia ancora rilevante. Non ci chiediamo a chi diano conto, della qualità della loro testimonianza reale, di quale sia la realtà oltre i loro profili, ma quanti follower abbiano, quali network costruiscano con altri influencer e quanto engagement producano. Semplicemente perché non esiste una “misura sui social media per la maturità spirituale” o un “contenuto virale che sostituisca il discepolato a lungo termine”.
  • Confusione tra rilevanza e insegnamento: nei contenuti virali la preoccupazione sembra essere quella di avere maggiore “rilevanza” culturale che una teologia solida. Gli influencer diventano la prova che la nostra fede è ancora “attuale” senza preoccuparci troppo se le dottrine che propongono siano sane e biblicamente fondate. Ad esempio, in un altro articolo su Relevant, la Eisner descrive come la dottrina del manifesting stia diventando sempre più popolare proprio grazie agli influencer. Soprattutto su Instagram e TikTok (le piattaforme più popolari) i contenuti per essere virali devono essere veloci e immediati, più che profondi, seguire i trend del momento, più che la fedeltà alle Scritture.
  • Confusione nell’appartenenza: già molti ormai passano più tempo ad ascoltare influencer cristiani che vivere la propria comunità locale. L’analisi della Eisner è chiara: “non stiamo costruendo comunità, stiamo costruendo playlist”.

Una cultura potenzialmente tossica

Oltre a ciò che viene descritto nell’articolo, c’è un ulteriore impatto emergente legato all’autostima e al confronto.

Le personalità fragili, spesso spettatrici degli influencer, vengono danneggiate attraverso l’esposizione a un confronto costante, standard irraggiungibili e immagini parziali della realtà tipiche dell’influencer marketing.

Dall’altro lato, dove spesso si trovano gli influencer, si rafforzano personalità forti, assertive o privilegiate (socialmente, economicamente e culturalmente) attraverso la possibilità di una narrazione di sé esagerata, autoreferenziale e ipertrofica.

Il risultato è chi era già fragile diventa ancora più fragile, chi era già forte diventa ancora più forte.

Ovviamente gli influencer possono diventare essi stessi vittima del proprio sistema, come emerso da una ricerca effettuata del 2024 apparsa su Digit Health in cui:

è stata individuata una chiara correlazione tra un uso prolungato dei social media e un aumento delle emozioni negative. È emersa, inoltre, un’interessante correlazione: all’aumentare del numero di follower, aumentavano anche le emozioni negative. Inoltre, i livelli di reddito elevati erano associati a un aumento dei punteggi relativi all’evitamento delle relazioni e all’ansia. La nostra ricerca ha inoltre evidenziato un graduale aumento dei sentimenti negativi tra gli influencer dei social media, man mano che questi ampliavano la loro presenza su più canali social.

Un sistema che premia la visibilità, l’egocentrismo e la superficialità, e che sanziona la discrezione, la moderazione e la riflessione:

Il confronto costante con le vite apparentemente perfette degli altri può alimentare un senso di inadeguatezza e bassa autostima. Le piattaforme dei social media sono piene di immagini di corpi perfetti, vacanze lussuose e stili di vita stravaganti che creano una realtà distorta a cui molti utenti sentono di doversi adeguare. Questo può portare a un ciclo di ricerca di un ideale irraggiungibile che causa insoddisfazione cronica e problemi di salute mentale.

Nel caso degli influencer cristiani basterebbe sostituire “immagini di corpi perfetti, vacanze lussuose e stili di vita stravaganti” con “immagini di successi spirituali, famiglie/chiese perfette e stili di vita apparentemente senza problemi e difetti”. Anche se spesso i corpi perfetti, le vacanze lussuose e gli stili di vita privilegiati sono anch’essi parte della narrazione.

Qualche volta, sulle bacheche degli influencer (anche cristiani) sembrano apparire dei “momenti di autenticità” in cui si mostra qualche sprazzo di “umanità” e “fragilità”, che però suonano più come quelle avvertenze messe forzatamente sui pacchetti di sigarette, che in realtà non servono a risolvere un problema molto più radicato e sistemico.

Una “Via Stretta” da seguire: la credibilità silenziosa

Ogni content creator cristiano dovrebbe fare seriamente i conti con queste criticità e capire su quali prerogative sta costruendo la propria piattaforma, se sta alimentando un sistema tossico o sta cercando di fare qualcosa di realmente diverso: più sostenibile, più profondo, più fedele a ciò che Gesù ci ha insegnato con la Sua vita e le Sue parole.

Katelyn Beaty arriva a chiedersi: “E se fossimo in un tempo in cui la Chiesa dovrebbe accettare di diventare più piccola e meno visibile?”.

Davanti a un modello di chiesa e di cristianesimo sempre più simile a quello della famosa Sardi (Apocalisse 3:1-6) e della ricca Laodicea (Apocalisse 3:14-22), forse c’è bisogno di riscoprire quello della piccola e debole Filadelfia:

Io conosco le tue opere. Ecco, ti ho posto davanti una porta aperta, che nessuno può chiudere, perché, pur avendo poca forza, hai serbato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome (Apocalisse 3:8)

Questo magari non sembrerà un successo nella cultura delle metriche social; anzi, sembrerà uno spaventoso fallimento, come se Dio non ci stesse benedicendo.

Ma cosa succede se una chiesa più “piccola” e una comprensione più “localizzata” del discepolato cristiano siano un modo per essere “purificati”, affinché il Vangelo che professiamo abbia “una forza più duratura e una vera credibilità tra i nostri vicini?”.

Non ci sono scorciatoie per essere più simili a Cristo: solo “comunità, umiltà e tempo”.

Questo potrebbe non essere affatto “glamour”, ma potrebbe essere proprio il tipo di “credibilità silenziosa” di cui il mondo ha veramente fame.

Si dimostra sempre più necessario un cammino di fede che non si misura in like o follower, ma nella profondità della nostra formazione in Cristo, nella genuinità delle nostre relazioni comunitarie e nella nostra umile testimonianza personale.