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McChurch è un blog che analizza
da una prospettiva multidisciplinare cosa succede quando le chiese assimilano le dinamiche della cultura consumistica.

McChurch – Conclusioni

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Con questi articoli spero di aver gettato un po’ più di luce su un fenomeno del mondo cristiano contemporaneo che ritengo molto significativo, e che coinvolge anche l’Italia, dove mancavano analisi di questo genere. Sicuramente questo lavoro non ha la pretesa di esaminare tutte le diverse modalità e combinazioni che queste dinamiche possono assumere nelle singole comunità cristiane.

L’obiettivo dei capitoli precedenti è cercare di descrivere un modello di ampio respiro come quello della McDonaldizzazione in una realtà vasta e complessa come quella del cristianesimo contemporaneo (anche se ci si limita al solo campo evangelico) cercando di delineare un profilo coerente da poter analizzare e su cui operare delle considerazioni con il supporto della letteratura disponibile in ambito cristiano e secolare.

L’analisi critica, limitata al campo protestante ed evangelico ma volutamente aperta a voci diverse, è tesa a dimostrare che nella pluralità di fonti si può comporre una “cassetta degli attrezzi” adeguata a rispondere alle dinamiche di omogeneizzazione, conformismo e appiattimento del vissuto comunitario e riscoprire l’essenza di quei valori spirituali ed etici, riflessi anche nelle forme organizzative e nelle pratiche, che hanno consentito a molti movimenti cristiani di “risvegliare” la Chiesa dal proprio torpore, in tempi e modi diversi.

McChurch: una risposta attraente ma inadeguata

Il forte pragmatismo dei processi di McDonaldizzazione applicati alle chiese cristiane può contribuire a creare ambienti ad alta efficienza in cui viene valorizzato il lavoro di squadra, la cura dei processi e la qualità della produzione, in cui le persone possono sentirsi più comode e a loro agio, strutturando così una nuova “offerta” ecclesiastica in linea con i gusti culturali della società dello spettacolo e delle realtà urbane globalizzate.

Molte delle strategie messe in campo, prese singolarmente, meriterebbero un ulteriore approfondimento a livello comunicativo, culturale, sociologico e teologico: il formalismo religioso di cui vengono accusate (a torto o a ragione) le denominazioni evangeliche storiche è sostituito con un formalismo culturale dettato dai trend che si susseguono nell’estetica mediatica secolare; da un linguaggio incardinato su termini teologici e biblici si passa a un linguaggio mutuato dal mondo corporate e dall’oratoria motivazionale; la “scenografia” del luogo di culto viene privata anche dei minimi accenni simbolici che possano richiamare il concetto classico di chiesa diventando quasi indistinguibile da quella dello stage di un concerto o di una conferenza TED; l’impianto dottrinale si fa volutamente più liquido, perché un’identità teologica marcata è considerata una barriera verso l’esterno.

Se queste dinamiche possono far sembrare la chiesa più vicina alla società che si vuole raggiungere, non si possono ignorare gli enormi scandali e le criticità a livello sistemico emerse proprio in molte delle grandi organizzazioni che erano considerate un modello di eccellenza dell’approccio seeker-sensitive.

Il cristianesimo McDonaldizzato, a seguito di tutte le riflessioni e le analisi fatte fin qui, non sembra essere in grado di poter dare una risposta adeguata e duratura alle dinamiche di secolarizzazione e di decostruzione ormai sempre più prevalenti nelle società occidentali, anzi spesso ne hanno alimentato lo scetticismo e il disincanto.

La Chiesa nella società occidentale contemporanea dovrebbe offrire una risposta profonda e consistente ai bisogni spirituali fondamentali del singolo individuo, ai dilemmi etici più stringenti, ai dubbi sempre più diffusi sull’autorità della Bibbia e alle domande più profonde che determinano il significato stesso della vita, e che non possono trovare soddisfazione in un branding ben curato, nella personalità carismatica di singoli leader idealizzati, e nelle forme spettacolari di un’esperienza performativa prodotta professionalmente.

Per questo ho ritenuto opportuno anche inserire un brevissimo accenno alla realtà di una Chiesa perseguitata e povera che, paradossalmente, sembra avere molto più successo in contesti estremamente più ostili, seppur molto diversi tra loro (dall’Iran alla Corea del Nord, dal Messico alla Cina), in cui la conversione può significare l’isolamento sociale, la persecuzione fisica, e anche la morte.

Il mondo evangelico italiano

In che modo tutto questo può rapportarsi al mondo evangelico italiano? Le denominazioni e le comunità evangeliche in Italia sono da poco uscite da una pandemia che ha portato a chiudere molti locali per mesi, interrompere gran parte delle loro attività e a riflettere su cosa avverrà dopo, sulle dinamiche interne ed esterne che emergeranno nei mesi e negli anni successivi, di cui credo faranno parte anche quelle affrontate in questi articoli.

La McDonaldizzazione porta con sé delle questioni che non si esauriranno presto, e le implicazioni dei principi di efficienza, calcolabilità, prevedibilità e controllo non riguardano soltanto le megachiese oltreoceano e i campus dei marchi di fede globali presenti in grandi città italiane. Essendo un modello che si è radicato in maniera pervasiva a ogni livello sociale, è una questione che riguarda le comunità cristiane di ogni dimensione e denominazione.

Credo che anche attraverso voci “esterne”, come quelle citate in questi articoli, si possano trarre utili spunti di riflessione sulla propria testimonianza di fede, d’altronde anche i primi cristiani non si sono autoproclamati tali, ma sono stati chiamati così da altri (Atti 11:26) e hanno fatto propria questa definizione (I Pietro 4:16).

Spinta reazionaria o visione rinnovata?

Come ho scritto all’inizio del quarto capitolo, queste considerazioni non un mero sforzo di conservazione dettato dalla malinconia per un passato che, in molti aspetti, non è replicabile, ma un impegno personale a stimolare un ragionamento su un futuro possibile, in cui ho voluto convogliare il mio percorso di fede, la mia formazione biblica, il mio servizio cristiano e la mia esperienza accademica.

Credo che ogni comunità di fede possa cercare di individuare le dinamiche della McDonaldizzazione che sono emerse al proprio interno, a cui opporre però non una mera spinta reazionaria, ma una visione rinnovata dell’essere Chiesa che sia frutto di una reale consapevolezza della propria identità teologica, storica, culturale e spirituale, e della società in cui è chiamata ad adempiere la propria missione.

Si può rispondere al bisogno spirituale delle persone senza ridurle a target a cui proporre un prodotto religioso preconfezionato, ma trattandole come individui complessi, con un vissuto specifico.

Si può valorizzare in maniera organica il ruolo dei singoli membri delle chiese, con le loro caratteristiche e le loro potenzialità, senza però considerarli degli ingranaggi funzionali all’espansione di brand o di personalità: non soggetti passivi da controllare ma discepoli attivi da equipaggiare.

Si può essere allo stesso tempo parte integrante e distintiva del proprio territorio, sviluppando una presenza proattiva, costruttiva e positiva.

Si può raggiungere in maniera creativa ed efficace la cultura secolare senza snaturare e compromettere i valori, le pratiche, le peculiarità, il linguaggio e i simboli essenziali riscontrabili nella chiesa primitiva, prototipo di ogni comunità cristiana in cui si realizza la “soddisfazione sovversiva”[1] del messaggio di Gesù, che da sempre rovescia la scala dei valori delle altre visioni del mondo ma allo stesso tempo è stato capace di rispondere ai bisogni spirituali di un numero incalcolabile di persone.

Poiché i Giudei chiedono dei miracoli, e i Greci cercano sapienza; ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per i Gentili, pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini, e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.

(I Corinzi 1:22-25)

Consulta la bibliografia

Ringraziamenti

Ringrazio mia moglie Filomena, che mi ha incoraggiato e sostenuto in ogni singolo giorno, festeggiando insieme ogni piccolo passo in questa ricerca. Senza il suo amore e la sua forza nulla di tutto ciò si sarebbe realizzato. 

Ringrazio mia figlia Gioia, che da ormai quattro rallegra le mie giornate con l’energia dei suoi sorrisi e delle sue risate, e mi ha dato mille motivi in più per impegnarmi. 

Ringrazio mio padre Giorgio e mia madre Ester, che con il loro affetto incondizionato, la loro coerenza indiscutibile e il loro lavoro instancabile continuano a ispirare la mia visione di servizio e vita cristiana. 

Ringrazio mio fratello Gabriele, che è parte di me e in questi anni mi ha sempre stimolato a non mollare. 

Ringrazio i miei nonni Carlo e Anita Supertino, pionieri del movimento pentecostale in Veneto e Lombardia, che mi hanno mostrato e ricordato cosa significa essere davvero dei missionari fino all’ultimo giorno della loro vita terrena. 

Ringrazio i miei suoceri Franco e Costanza Brunetti, che con la loro ospitalità hanno svolto un ruolo fondamentale nelle mie tante trasferte di studio. 

Ringrazio Francesco Toppi, il mio primo pastore, che ha fatto la storia del movimento pentecostale e ha dedicato la sua intera vita alla diffusione di “Tutto l’Evangelo”, le cui parole decise e affettuose dal pulpito e fuori dal pulpito hanno segnato in maniera indelebile i miei primi passi nella fede. 

Ringrazio Lucagaetano Alboreto, che ho l’onore di avere come migliore amico, compagno di fede e collega, spalla a spalla con me tutti i giorni, e con cui ho riso, ho pianto, ho discusso e ho riflettuto su tante cose che sono state scritte qui. 

Ringrazio Francesco Cataldo, mio caro amico e fratello in Cristo, con cui ho condiviso molte delle riflessioni di questa tesi e mi ha dato molti spunti che ho poi integrato: in particolare sulla parabola del lievito sulle statistiche. 

Ringrazio le mie sorelle e i miei fratelli delle comunità delle Assemblee di Dio in Italia nei quartieri romani di Torrevecchia e Gianicolense, che da sempre sono “la gente onorata in cui ripongo tutto il mio affetto” (Salmo 16:3), e quelle a Civitanova Marche e Macerata, curate dal pastore Nuccio Cavone, che sono la mia “seconda casa” spirituale. 

Ringrazio i miei colleghi di ADI-Media Fabrizio Pagano e Luigi Farris, con cui ho il privilegio di collaborare a servire la Chiesa di Dio in Italia. 

Ringrazio le tante sorelle e i tanti fratelli in Cristo che ho conosciuto nel mio percorso di fede e hanno arricchito profondamente la mia vita. Una menzione particolare al gruppo di “Giovani 2.0”, con cui abbiamo costruito qualcosa di bello e buono.

Infine ringrazio Dio, che ha reso la mia vita degna di essere vissuta, e ogni giorno mi dà più di quel che merito, l’unico che “può, mediante la potenza che opera in noi, fare infinitamente di più di quel che domandiamo o pensiamo, a lui sia la gloria nella chiesa, e in Cristo Gesù, per tutte le età, nei secoli dei secoli. Amen”.
(Efesini 3:20) 


[1] Il concetto di subversive fulfillment è tratto da Plugged In di Daniel Strange (2019), direttore del Crosslands Forum.

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