Indice dei contenuti
- Critica socio-teologica
- La Slow Church: etica, economia ed ecologia
- Julie Roys: giornalismo investigativo sul complesso evangelico-industriale
- Preachers N Sneakers: una critica virale
- Le statistiche: chiese con le porte girevoli?
- Il “risveglio” di Asbury
- La Chiesa perseguitata: il successo dei cristiani nell’ombra
Nell’America del ventunesimo secolo, tre forze si sono unite per rendere la vita dei seguaci di Gesù più complicata e delicata che in qualsiasi altro periodo della storia: il capitalismo, il consumismo e la celebrity culture. Siamo afflitti dalle trappole seducenti della fama, della comodità e dell’amore per la ricchezza di cui la maggior parte delle persone del mondo non devono mai preoccuparsi. Queste forze stanno sollevando domande che la maggior parte dei leader cristiani, forse a causa della paura, sono abbastanza coraggiosi da fare solo in privato. È tempo di trascinare queste domande fuori dall’ombra.
(Kirby, 2021)
Come descritto nel precedente articolo, fin dall’inizio il cristianesimo è stato un movimento con una grande pluralità, in cui il dialogo interno e la diversità non è mai mancata. Dopo duemila anni, tra scismi, riforme e risvegli, la situazione è diventata molto più complessa: non si possono contare le denominazioni cristiane e le sfumature teologiche del cristianesimo contemporaneo. Proprio per questo è utile concentrare l’esposizione della critica alla McDonaldizzazione su autori appartenenti al campo protestante ed evangelico, perché è stato da sempre quello più vicino a questo fenomeno.
Come si è visto fin qui, se già Max Weber (1904) aveva identificato proprio in ambito protestante le dinamiche di razionalizzazione proprie dello “spirito del capitalismo” che Ritzer ha poi applicato nella sua analisi, le megachiese sono nate e si sono sviluppate nel mondo evangelico (Hunt, 2020), così come le strategie di crescita, organizzazione e marketing di stampo aziendalistico applicate alla religione cristiana (Hiebert, 1999; Drane, 2000; White e Yeats, 2009).
Critica socio-teologica
Una delle radici alla critica dell’iper-razionalizzazione della McDonaldizzazione può essere ricercata nel lavoro del teologo e sociologo evangelico Jacques Ellul. Proprio George Ritzer (2013), in suo articolo, ritiene il lavoro svolto a partire dagli anni ’50 da Ellul “molto utile per pensare ai principi della McDonaldizzazione e riflettere sull’avvento dell’era del prosumer” (ivi, p. 35).
Jacques Ellul: i pericoli della “tecnica”
Nel 1954 Ellul scrive La Tecnica, Rischio del Secolo in cui descrive gli effetti della tecnica sulla società. Nell’introduzione all’edizione statunitense del proprio libro Ellul chiarisce la definizione di tecnica come “la totalità dei metodi a cui si è arrivati razionalmente e aventi assoluta efficienza (a un dato stato di sviluppo) in ogni campo dell’attività umana” (Ellul, 1954, p. xxv). Ellul elenca cinque caratteristiche della tecnica: automatismo, auto-accrescimento, indivisibilità, universalismo, autonomia.
Data l’estensione universale di questi principi, il pastore Calvin Sun li ha declinati alla chiesa contemporanea in una tesi di Christian Studies (Sun, 2018) delineando l’immagine di una chiesa tecnica in cui sono molti i punti in comune della chiesa McDonaldizzata.
L’automatismo è la ricerca del “modo migliore” e in una chiesa tecnica le scelte sono tutte basate sull’efficienza di una proposta rispetto ad un’altra, non si cercano opzioni che possono essere ispirate spiritualmente, e se ne stabilisce la bontà soltanto a livello pragmatico.
L’auto-accrescimento è quando la tecnica arriva a un punto tale della sua evoluzione che procede quasi senza alcun intervento decisivo dell’uomo, quindi nella chiesa tecnica i membri sono funzionali soltanto all’andamento prefissato dalla propria struttura, e possono essere facilmente sostituiti. In questa comunità “non servono profeti, ma soltanto tecnici che possano aumentarne l’accrescimento” (ivi, p. 9).
L’indivisibilità si ha nell’adottare la tecnica e, allo stesso tempo, tutti i suoi usi, giusti o sbagliati che siano: quando la chiesa tecnica adotta una metodologia, lo fa senza pensare troppo alle conseguenze e le implicazioni sull’ecosistema, spinta soltanto dalla necessità.
L’universalismo è la spinta della tecnica a soppiantare qualsiasi altro principio che non sia il suo, nella chiesa tecnica quindi si cercheranno incessantemente modelli e programmi ritenuti più efficaci cercando di imitarli adattarli alla propria realtà soppiantandone altri ritenuti meno rilevanti.
L’autonomia, nello sviluppo della tecnica, porta a una costante riduzione delle responsabilità degli individui: nella chiesa tecnica si creano complesse strutture settoriali con responsabilità limitate che possono produrre maggiori risultati all’interno del loro specifico ambito, ma nel tempo portano disunione e mancanza di visione olistica. L’unico obiettivo che i singoli settori possono perseguire è la propria efficienza.
Per Ellul “il sentimento del sacro, il senso del segreto sono elementi senza i quali l’uomo non può vivere” ma, proprio attraverso l’autonomia “la tecnica non adora niente e non rispetta niente, ha solo il ruolo di spogliare, mettere in chiaro, e trasformare qualunque cosa in mezzo attraverso il suo uso razionale” (Ellul, 1954, p. 142). Se nella sua prima opera Ellul ha come panorama la società nel suo complesso, in articoli successivi chiarisce il rapporto del cristianesimo con la tecnica (Ellul, 1977). Se “la tecnica ha come scopo ultimo, la moltiplicazione dei mezzi di potere” (ivi, p. 113) allora il messaggio evangelico può rivelare un’altra direzione di vita, quella della scelta del non-potere e della pratica della libertà.
Come Gesù rinuncia all’uso del potere nel momento del suo processo e della sua crocifissione (Matteo 26:53), così la chiesa può rinunciare consapevolmente all’uso della tecnica orientato esclusivamente alla crescita quantitativa, all’efficienza e all’accumulazione del potere.
La libertà è l’emancipazione dal potere stesso e dai suoi effetti messa in pratica grazie alla redenzione spirituale:
La realtà di questa libertà acquisita in Gesù Cristo significa, da un lato, che l’uomo è liberato, in primo luogo, dai “poteri”: miti, credenze, idolatrie, presupposti, ideologie ecc. che assicurano il controllo di un sistema sull’essere umano, ma anche, dall’altro, che esiste una reale indipendenza dagli effetti, cioè che il gioco di causalità in cui pensiamo di essere imprigionati non è mai tutta la verità. (ivi, p. 116)
René Padilla: missione integrale
All’inizio degli anni settanta emerge un’altra voce, quella di René Padilla[1]. Pastore e teologo di origini ecuadoregne, Padilla era nato in una famiglia povera trasferitasi in Colombia nel 1934 per fondare delle chiese evangeliche, subendo una durissima persecuzione dalla chiesa cattolica. Negli anni successivi cominciò a collaborare con missionari locali e statunitensi e, nonostante le poche risorse a sua disposizione, riuscì ad entrare al Wheaton College, un rinomato istituto teologico evangelico statunitense, da cui presto ripartì per continuare gli studi a distanza e mantenere il proprio impegno missionario all’interno di diverse università in America Latina.
Nel tumultuoso contesto politico sudamericano degli anni sessanta, in cui si combattevano ideologie capitaliste e marxiste e stava emergendo la teologia della liberazione, Padilla fu sempre più consapevole delle esigenze uniche del proprio ambiente e, al contempo, deluso dall’approccio delle società missionarie americane da lui definito paternalistico, teso a imporre metodologie concepite in contesti completamente estranei. Insieme ad altri teologi sudamericani, creò la Fraternidad Teológica Latinoamericana per venire incontro al lavoro missionario delle chiese evangeliche locali con una formazione teologica radicata nel territorio.
Questo gruppo di teologi coniò il concetto di missione integrale, prendendo spunto dal pane che lo stesso Padilla preparava, in cui si integrava “nella chiamata cristiana la proclamazione e l’impegno sociale, l’attenzione alla salvezza della persone e al benessere delle comunità, la speranza nel domani di Dio e la responsabilità per l’oggi di Dio” (De Chirico, 2021).

In costante contatto e dialogo con altri autorevoli teologi evangelici, nel 1974 Padilla venne invitato al Congresso di Losanna, il forum dei più importanti leader evangelici mondiali che, per il primo anno, aveva invitato al tavolo di discussione i movimenti evangelici del Sud del mondo. Il discorso di Padilla fu il più discusso, perché mise alla luce le contraddizioni dell’approccio missionario pragmatista americano, in linea con i principi del Church Growth Movement (Padilla, 1974).
Al centro della sua critica c’è il cosiddetto cristianesimo culturale che sovrappone il vangelo con l’american way of life, portando la fede a un estremo conformismo con la cultura che la circonda. Questo approccio, declinato ai vari contesti, porta al principio dell’unità omogenea in cui“alla gente piace stare con quelli della propria etnia e classe e si devono quindi fondare chiese segregate, che senza dubbio cresceranno più velocemente” (ivi) non facendo che alimentare le tendenze alla divisione e alla discriminazione interne alla società, rinnegando l’originale messaggio cristiano di unità e riconciliazione transculturale.
Padilla lo definisce uno “strumento dello status quo (…) un vangelo con un messaggio conformista che, anche se non accettato, può essere facilmente tollerato perché non disturba nessuno” (ivi). Si passa poi a una forte critica del principio di calcolabilità, ribadendo che “la qualità è importante almeno quanto la quantità, se non di più, e quindi la fedeltà al Vangelo non può mai essere sacrificata in nome della quantità (…) un vangelo troncato produce necessariamente chiese che sono la negazione stessa del vangelo” (ivi).
Riprendendo il pensiero di Ellul, Padilla denuncia come il lavoro missionario sia diventato un problema di tecnica ed efficienza, con profonde implicazioni per le realtà del Sud del mondo:
Se la strategia per l’evangelizzazione mondiale è legata alla tecnologia, allora coloro che avranno l’ultima parola sulla strategia che la chiesa deve seguire in futuro saranno sempre quelli che hanno il know-how tecnico così come le risorse per fare le indagini necessarie. La chiesa del Terzo Mondo non avrà voce in capitolo. Questo non è un nuovo modo per identificare il Vangelo con il potere, un modo per perpetuare i modelli di dominio/dipendenza che hanno spesso caratterizzato il lavoro missionario negli ultimi cento anni? Che ne è del carattere universale e dell’unità della chiesa di Cristo? Ma forse queste cose non hanno importanza, dopo tutto il vero problema è produrre il maggior numero di cristiani al minor costo possibile nel minor tempo possibile! (ivi)
Padilla propone tre soluzioni.
La prima è un atteggiamento di umiltà teso a riconoscere le distorsioni nel messaggio cristiano.
La seconda è un impegno al rinnovamento teologico attraverso cui bisogna esaminare ogni convinzione e metodologia alla luce del Vangelo, che è l’unico criterio di valutazione dell’opera della chiesa.
La terza è la spinta all’unità nella diversità, nella consapevolezza che nessuna parte della chiesa ha il monopolio sull’interpretazione del Vangelo e sulla definizione della missione cristiana. Il rischio è che il cristianesimo culturale che si poggia sul “tipo di pragmatismo che in politica ha prodotto scandali come il Watergate” (ivi) possa essere considerato il volto dell’evangelismo a livello mondiale.
John Drane: critica alla McDonaldizzazione

Se Ellul e Padilla possono essere considerate delle voci “profetiche” che hanno messo in guardia il mondo evangelico dalle dinamiche della McDonaldizzazione, il teologo anglicano John Drane (2000) in The McDonaldization of the Church è il primo a usare il termine coniato da Ritzer per un intero libro dedicato all’analisi di una situazione ecclesiastica ormai consolidata, seppure già altri autori protestanti lo avevano usato negli anni immediatamente precedenti (Ward, 1998; Hiebert, 1999).
Dopo una lunga riflessione personale iniziata negli anni ottanta sullo stato di declino della chiesa britannica, Drane analizza come i quattro principi della McDonaldizzazione abbiano intaccato la vita delle comunità cristiane, come illustrato nel secondo capitolo di questa tesi. La spinta all’efficienza porta a una spiritualità preconfezionata, la calcolabilità non tiene conto che la maggior parte della crescita delle chiese avviene attraverso il trasferimento da altre chiese, la prevedibilità dei modelli standardizzati rende difficile approcciare le diverse subculture presenti anche in una piccola città, l’enfasi sul controllo porta alla trasformazione delle chiese in pseudo-comunità gestite da statiche burocrazie interne.
Le chiese finiscono così nella gabbia d’acciaio di un sistema restrittivo e non autentico, che può avere ancora presa su tradizionalisti o chi è a proprio agio in contesti aziendali ma è incapace di raggiungere segmenti della popolazione come i poveri, gli spirituali non religiosi e i secolaristi. Il momento del culto stesso è diventato McDonaldizzato: i rituali sono meccanici, manca libertà e spontaneità, l’architettura della chiesa è concepita per accogliere spettatori e non partecipanti, perfino ordinamenti millenari come l’eucarestia (o santa cena) non sono sfuggiti a questa tendenza:
L’immagine del fast food è più adatta di quanto vorremmo ammettere quando vediamo il modo in cui celebriamo l’eucarestia, con bicchierini individuali riempiti di una bevanda definita “vino della comunione” (le cui bottiglie spesso hanno un’avvertenza che scoraggia all’uso regolare perché si tratta di un preparato chimico!). Quando questi bicchierini sono usa e getta, e quando il pane si è ridotto a una sostanza che ha l’apparenza e il gusto di dischi di plastica soffice (come accade in chiese con una tradizione liturgica più alta di quelle che usano bicchierini individuali), o perfino minuscoli cubetti di vero pane, la loro inadeguatezza come simboli del corpo e del sangue di Cristo dovrebbe essere ovvia.
(Drane, 2000, p. 111)
Le soluzioni di Drane si spingono in direzione esattamente opposta alla iper-razionalizzazione. Al posto del culto costruito e programmato, si può riconnettere il culto cristiano al corpo attraverso un maggiore movimento spontaneo e non performativo nell’adorazione comunitaria.
La comunicazione retorica e preconfezionata trova una forte controparte nella creatività, nell’uso dell’ironia e dell’umorismo, e nella riscoperta degli aspetti più “irrazionali” e apparentemente contraddittori del messaggio cristiano, come l’esaltazione della debolezza e della povertà.
Drane spiega come l’uomo non abbia mai smesso di cercare le “grandi narrazioni” che aiutano a dare senso alla propria esistenza, ma ne elabora continuamente di nuove usando le nuove coordinate valoriali postmoderne come l’individualismo, la libertà, la tolleranza, l’ecologia e le nuove forme di spiritualità, ma le formule decontestualizzate e preconfezionate del cristianesimo McDonaldizzato non potranno dare risposte adeguate.
Le comunità cristiane devono ritrovare il valore delle storie, non di mere astrazioni filosofiche, perché sono le storie che riescono a superare i confini culturali, lasciano spazio alle domande e parlano alla vita delle persone.
Secondo Drane, nella visione del mondo cristiana, si sovrappongono tre storie: la storia di Dio, la storia della Bibbia e la storia personale. La storia di Dio è quella in cui si muove attivamente nel mondo da Lui creato non soltanto su scala cosmica ma nella vita degli individui e delle comunità; la storia della Bibbia è quella in cui si possono vedere tutte le complessità e le problematicità della natura umana alla luce dell’opera di redenzione di Gesù; la storia personale è l’esperienza individuale basata sulle due storie precedenti che condividiamo con gli altri, perché ciò che proviamo e sperimentiamo diventa storia soltanto se ascoltata da qualcuno, che può essere aiutato nella propria ricerca di identità e significato.
Nel suo senso migliore, questo è ciò che contraddistingue la tradizione della comunità: la condivisione delle proprie esperienze di vita con Dio, come un modo di incoraggiarsi a vicenda, creare speranza nell’altro, nell’apprendimento e nella correzione reciproca. Inoltre, la condivisione delle nostre storie nella comunità può aiutarci ancora di più a entrare nella storia della Bibbia, di cui gli esperti spesso non vedono tutte le possibilità (…). In un mondo in cui molte delle storie personali sembrano interrotte e senza significato, la condivisione aperta e onesta delle nostre esperienze personali offre una possibilità di speranza e rinnovamento a quanti hanno una vita distrutta.
(Drane, 2000, p. 172)
La Slow Church: etica, economia ed ecologia
Uno dei fenomeni sorti in aperta contrapposizione alla McDonaldizzazione della società è sicuramente il movimento Slow Food fondato nel 1986 da Carlo Petrini e lanciato a livello internazionale con il manifesto presentato a Parigi nel 1989, che punta a riscoprire il valore della lentezza in quella che viene definita la “follia universale della fast-life”[2] che caratterizza la produzione e il consumo alimentare globale, missione riassunta con il motto “buono, pulito e giusto”.
Proprio ispirandosi al manifesto Slow Food, nel 2014 due autori evangelici statunitensi, C. Christopher Smith e John Pattison, elaborano il concetto di Slow Church (Smith e Pattison, 2014). Alla luce delle svariate criticità del modello di fast-church impostosi nel panorama americano, propongono una rielaborazione del motto di Slow Food con tre principi che possono essere applicati alle comunità cristiane: etica (buono), ecologia (pulito)ed economia (giusto).
Lo sforzo etico delle chiese deve partire da una consapevolezza del territorio in cui sono radicate, delle particolarità del contesto a cui la McDonaldizzazione non può rispondere, in modo che le comunità possano cercare il bene delle località in cui sono poste senza estraniarsene (Geremia 29:7). La presenza attiva della chiesa impegnata in atti di ospitalità e generosità nel territorio può dare un senso di stabilità anche in quartieri pieni di instabilità e disagio. In una cultura della fretta che si aspetta risultati immediati e quantificabili, le comunità cristiane possono testimoniare della cura attenta e paziente di Gesù, in modo che ogni singola persona possa trovare un luogo di rifugio, ascolto e perdono.
L’ecologia della comunità cristiana parte dall’attenzione ad avere un approccio integrale alle persone, la cui identità spesso viene frammentata in categorie generiche (afroamericani, donne, omosessuali, ricchi, conservatori, senza tetto), considerandole nella loro unicità di individui fatti a immagine di Dio. C’è la necessità di riconoscere e superare ogni motivo di frammentazione: il dualismo mente/corpo che slega le anime dai loro vissuti concreti, il nazionalismo che alimenta conflitti e pregiudizi, la ghettizzazione del principio dell’unità omogenea, la partigianeria politica che crea tensioni e sospetti reciproci e la mancanza di ospitalità cristiana per motivi di etnia, classe e orientamento sessuale.
Cercando di rispondere alle tendenze alienanti di molti lavori contemporanei, la chiesa può essere un luogo in cui si aiutano le persone a riconciliare la propria vita spirituale con l’impegno secolare, a riconoscere la propria vocazione che non si esaurisce nell’accumulo di capitale, ma anche in un impegno disinteressato per il bene comune che diventa testimonianza dell’amore di Dio per l’umanità. Altro tassello importante è la rivalutazione dello Shabbat, il comandamento biblico del riposo, in una società del lavoro totale che porta al burnout membri e responsabili delle chiese: coltivare un giusto concetto del riposo porterà a fermarsi dalle routine tecniche, confidare nella provvidenza di Dio e trovare momenti di riflessione e contemplazione.
L’economia della chiesa si sviluppa innanzitutto dallo sfatare il “mito della scarsità”, l’impulso all’accumulo indiscriminato di potere, ricchezza e privilegi per paura di perderli. Gli autori fanno riferimento alla storia dell’Esodo in cui il popolo d’Israele, dopo essere fuggito dalla schiavitù del faraone, si ritrova a rimpiangere i cibi che avevano in Egitto e Dio poi gli mostra la propria provvidenza attraverso la dose quotidiana di manna dal cielo, un cibo che copriva ogni esigenza ma che non si poteva accumulare, perché marciva il giorno successivo.
La cultura del “necessario” contraddice la frustrazione capitalistica dell’incessante ricerca del profitto e alimenta una cultura di gratitudine, generosità e sostenibilità. A livello individuale, cercare il “necessario” porterà a una genuina spontaneità nell’aiutare a provvedere ai bisogni della comunità, e a livello comunitario porterà le chiese a ricalibrare le proprie priorità sulle attività più vicine alla propria vocazione, investendo più sulle persone che sulle strutture.
L’investimento della comunità si spinge anche verso l’esterno attraverso l’ospitalità, la philoxenia (amore per l’estraneo), che spinge la chiesa a venire incontro ai bisogni dei soggetti più deboli: chi non ha mezzi di sussistenza, chi vive un periodo di difficoltà pratica, gli studenti fuorisede, le vedove, i migranti, i malati, i carcerati, e chiunque altro abbia bisogno di un attivo gesto di grazia, di un favore immeritato che non potrebbe ricambiare.
Smith e Pattison concludono paragonando la chiesa ai discepoli riuniti a tavola insieme con Gesù per l’ultima cena, una comunità che si riunisce attorno al tavolo, che viene incontro ai bisogni spirituali e materiali, che dialoga, che prega, che si serve a vicenda. Si tratta dell’embrione che si svilupperà nella chiesa degli Atti:
Erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere. Ognuno era preso da timore; e molti prodigi e segni erano fatti dagli apostoli. Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le proprietà e i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che venivano salvati.
(Atti 2:42-47)
Julie Roys: giornalismo investigativo sul complesso evangelico-industriale

Come si è visto, le megachiese hanno spesso seri problemi di pluralismo e accountability, tanto che molte notizie sono emerse soltanto grazie al lavoro dei giornalisti. Oltre alla stampa secolare, un ruolo determinante è stato svolto anche da testate evangeliche che negli ultimi anni hanno aiutato a svelare diversi scandali, come Christianity Today e World Magazine.
Una giornalista cristiana che si è distinta in diversi casi è Julie Roys, fondatrice del Roys Report, un blog che nel tempo ha condotto diverse indagini e raccolto notizie sul complesso evangelico-industriale. La Roys è una giornalista professionista di Chicago, che negli anni novanta ha lavorato per i notiziari locali della CBS e della Fox, diventando poi una nota speaker radiofonica per la Moody Radio, emittente nazionale del grande Moody Bible Institute.
Nel 2018 compie un atto di whistleblowing pubblicando sul suo blog personale una serie di articoli che denunciavano casi di corruzione all’interno della leadership del noto istituto biblico, portando alle dimissioni del presidente e di altri dirigenti. Colpita da minacce e boicottaggi, fu licenziata dalla Moody Radio e decise così di trasformare il suo blog, prima dedicato a commenti di attualità, in una testata di giornalismo investigativo dedicata al mondo cristiano.
Tra il 2018 e il 2019 la Roys rivelò sul suo blog e su World Magazine che il celebrity pastor James MacDonald usava i soldi delle offerte per condurre una vita lussuosa[3] e compiva atti di intimidazione e bullismo[4], spalleggiato da una cultura manipolativa all’interno della leadership della megachiesa da lui guidata. Nonostante una prima reazione molto aggressiva, anche sul piano legale, gli articoli hanno portato al licenziamento di MacDonald e di gran parte della leadership della Harvest Bible Chapel, oltre al ritiro della causa intentata contro il Roys Report. Negli ultimi anni il blog ha condotto molte inchieste, che hanno coinvolto altre celebrità evangeliche, come il noto apologeta Ravi Zacharias e il pastore John MacArthur.
In un suo breve documento Julie Roys (2020) spiega la necessità e il valore del giornalismo investigativo all’interno delle chiese cristiane affrontando un’obiezione emersa spesso nel suo lavoro nelle comunità evangeliche e fondata sul passo biblico in cui Gesù dice:
Se tuo fratello ha peccato contro di te, va’ e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; ma, se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. Se rifiuta d’ascoltarli, dillo alla chiesa.
(Matteo 18:15-17)
Secondo molti suoi detrattori, questi versetti non consentirebbero a un cristiano di denunciare pubblicamente i problemi interni a una chiesa. La Roys controbatte a questo argomento spiegando come, nel lavoro del giornalista, prima della pubblicazione bisogna verificare le notizie dalle fonti privatamente, anche attraverso un contraddittorio.
Ma, indipendentemente dal modus operandi del giornalista, spiega anche come questo versetto non si possa applicare a ogni caso, ma soltanto a contenziosi riguardanti questioni private e individuali.
Noi invece, riportiamo il peccato commesso da personaggi pubblici e da importanti chiese e gruppi contro altri credenti, o contro le persone che li sostengono. Riportiamo le storie perché c’è un interesse pubblico. Questi leader e queste organizzazioni stanno influenzando grandi gruppi di persone. Inoltre, spesso si tratta di leader e organizzazioni finanziate pubblicamente e che contano sulla fiducia pubblica (ivi, p. 3).
Per casi di interesse collettivo, la Roys usa come modello la discussione pubblica che vide contrapposti l’apostolo Paolo e l’apostolo Pietro e le istruzioni che lo stesso Paolo dà al suo collaboratore Timoteo in cui dice esplicitamente di “non ricevere accuse contro un anziano, se non vi sono due o tre testimoni. Quelli che peccano, riprendili in presenza di tutti, perché anche gli altri abbiano timore” (Prima Epistola a Timoteo 5:19-20).
Il più grande ostacolo all’emersione della verità, secondo Julie Roys, non nasce però da motivi teologici, ma dalla paura di poter danneggiare l’immagine pubblica e gli interessi di soggetti troppo importanti per fallire. I personaggi e le organizzazioni che tengono in piedi la “macchina della celebrità evangelica” (ivi, p. 4) sono capaci di forti pressioni e meccanismi di difesa, ma creare una rete di omertà non fa altro che peggiorare le ripercussioni degli scandali quando le notizie riusciranno a uscire.
Secondo la Roys l’interesse della comunità evangelica a far emergere la verità dovrebbe essere maggiore degli altri, non minore, e “se i cristiani partecipano al male, la loro ipocrisia rende peggiore quel peccato, e diventa ancora più importante smascherarlo” (ivi, p. 4).
Anche i principi della deontologia professionale del giornalista, soprattutto se cristiano, dovrebbero essere una garanzia che ciò che viene pubblicato delle testate evangeliche non sia gossip, ma notizie credibili e imparziali, che diano voce a ogni parte coinvolta. Ma l’emersione della verità dovrebbe essere un interesse primario non soltanto dei giornalisti, ma di tutte le organizzazioni e istituzioni evangeliche:
Sono convinta che se tendiamo meno alla nostra immagine e più alla santità, Dio sarà soddisfatto, la chiesa sarà purificata e, ironicamente, la nostra immagine pubblica migliorerà. Non perché stiamo seppellendo il nostro peccato, ma perché lo stiamo affrontando, pentendocene, e diventando veramente sale e luce per un mondo sempre più buio (ivi, p. 5).
Preachers N Sneakers: una critica virale
Ad aprile 2019 testate come il New York Times e Vice accesero i riflettori su Preachers N Sneakers, un account Instagram che in appena un mese aveva accumulato oltre centomila follower, gestito da un credente evangelico che voleva rimanere anonimo, usando lo pseudonimo Tyler Jones. I post, ormai diventati virali, contenevano le foto di vari celebrity pastor affiancata dalla foto e dal prezzo delle costosissime sneaker (o di altri capi d’abbigliamento di lusso) che indossavano (Figura 9).

Figura 9. Un post dell’account instagram Preachers N Sneakers che ritrae il celebrity pastor Steven Furtick e il presso delle sue sneaker Jordan 1 Retro
Ma i post di Preachers N Sneakers non si sono limitati soltanto a generare enormi flame nelle sezioni commenti, ma hanno alimentato un vivace dialogo culturale sulle implicazioni della celebrity culture del mondo evangelico, descritto dal giornalista Rick Rojas sul New York Times:
La controversia generata dai post di Instagram è iniziata come qualsiasi altra guerra sui social media. Ma gli scambi si sono presto trasformati in qualcosa di molto diverso: una conversazione sfaccettata e a volte impegnativa che è stata portata avanti sui social media e discussa a lungo nei podcast. A un recente concerto di hip-hop cristiano, gli artisti ne stavano discutendo dietro le quinte.
(Rojas, 2019)
Sempre secondo l’articolo di Rojas i pastori interessati non hanno contribuito molto alla conversazione: spesso si sono trincerati dietro al silenzio o a scuse, lasciando adito a dubbi sul loro stile di vita e sul loro uso del denaro, considerando anche che nei loro sermoni enfatizzano molto l’importanza delle offerte e della decima. Una delle giustificazioni più usate è che scarpe e vestiti sono regali di amici e fedeli facoltosi, o degli stessi brand, ma quando un giornalista del magazine Vice ha tentato di contattare marchi apparsi sui post di Preachers N Sneakers, come Rhude e Gucci, gli addetti stampa non hanno né confermato né smentito (Jones, 2019).
L’anonimato di Kirby è finito nel 2021, quando ha presentato il suo libro, in cui ha ulteriormente allargato e sviluppato la propria critica alla celebrity culture evangelica (Kirby, 2021). All’inizio del libro si cita Marshall McLuhan, “il medium è il messaggio” (ivi, p. 37).
Quando le chiese, specialmente evangeliche, cercano di attirare i non credenti, spesso si sforzano nel creare un’esperienza che dia un senso di identità. Le chiese ingaggiano designer e creano un marchio e un’estetica, gestendo le campagne di evangelizzazione come una campagna di marketing, a cui le persone sono già abituate. In questo modo l’evangelismo può anche essere insegnato e praticato come il marketing multilivello. Invece di condividere la “pazzia della croce” di cui parla l’apostolo Paolo ci si appropria della saggezza del marketing agganciandola al Vangelo per aumentare le vendite, e i confini tra la cultura della chiesa e la cultura aziendale diventano sempre più sfumati. La chiesa è diventata soltanto un altro marchio e Gesù è diventato soltanto un altro bene di consumo.
Ma Kirby aggiunge alla sua critica un forte livello di autoriflessività. Nella sua analisi non esime i singoli credenti dalla necessità di ripensare al rapporto tra chiesa e capitalismo. Se esiste un’offerta di megachiese che sembrano centri commerciali e pastori che espongono sermoni motivazionali promettendo ricompense materiali per chi segue di Gesù, significa che esiste un livello piuttosto alto di domanda. Se gli spalti sono pieni di persone che vogliono essere benedette, e non come intende Gesù nel Sermone sul Monte, non è soltanto colpa dei pastori.
Forse credi che Dio benedica i suoi figli compiacenti con fidanzati amorevoli e borsoni di Louis Vuitton. Ma ciò implica anche che Dio benedica in modo sproporzionato i ricchi, i bianchi e gli occidentali. Se non credete che funzioni così, allora dovete cercare un concetto più grande e migliore di favore e benedizioni che offra spazio a tutti coloro che cercano Dio. Gesù ha sottolineato come i poveri, gli stanchi e i sofferenti siano in realtà benedetti, amati e persino elevati agli occhi di Dio. Questo apparentemente provava che Lui era il Figlio di Dio e non un impostore con una brillante retorica, perché quell’idea era controcorrente, allora come oggi. Gesù avrebbe potuto essere ricco e affascinante, ma invece venne come un bambino in una stalla e usò una mangiatoia come letto (ivi, p. 65).
Kirby poi passa al rapporto tra fede cristiana ed esposizione sui social media, partendo dalla propria esperienza personale. Alla base della nascita di Preachers N Sneakers ammette che c’è stata anche una buona dose di cinismo, ma l’inaspettata notorietà lo ha portato ad esplorare con più attenzione le motivazioni della sua presenza sui social media e quale fosse la reale finalità del profilo.
Lo stesso esercizio può essere fatto da chiese e singoli credenti per evitare di finire nel frustrante meccanismo del costante paragone con le immagini altrui, nel gossip e nelle distorsioni che sono alla base della celebrity culture.
D’altro canto, Kirby ribadisce che Preachers N Sneakers ha serie riserve sulla cultura dei marchi di fede, ma l’obiettivo era iniziare “una conversazione significativa” (ivi, p. 185), non spettegolare su alcuni grandi nomi. Kirby è chiaro nel dire cosa ha sbagliato, con ipotesi e comportamenti, ma alla fine riconosce che “dopo che il mio racconto è venuto alla luce la gente ha iniziato a mettere in discussione lo status quo della chiesa e lo stile di vita dei celebrity pastor” (ivi, p. 189).
Instagram, con la sua forza virale, è stata una potente rampa di lancio e un enorme catalizzatore di questa conversazione nel mondo evangelico a livello globale, ma Kirby spera che “all’interno della vostra comunità locale possiate essere armati di domande significative che vi permettano di proteggere ulteriormente voi stessi e i vostri leader dal fascino della fama, del potere e del denaro” (ivi, p. 203).
Le statistiche: chiese con le porte girevoli?
La calcolabilità è uno dei più importanti principi del cristianesimo McDonaldizzato, ma vedere cosa dicono i numeri può essere un modo per comprendere la validità delle critiche che sono state illustrate finora. Il Church Growth Movement, lo sviluppo delle megachiese e le varie strategie attuate nel corso dei decenni sono riuscite ad avere un reale impatto evangelistico e contrastare in qualche modo il processo di secolarizzazione del mondo occidentale?
Secondo i dati dell’ultimo report dell’Hartford Institute for Religion Research (Bird e Thumma, 2020) la maggior parte delle megachiese negli Stati Uniti, il simbolo della McDonaldizzazione del cristianesimo, sembrerebbero crescere, anche a ritmi sostenuti (Figura 10). Ma, seppure aumentano i membri, la partecipazione agli incontri si fa sempre più bassa, il calo è costante ormai da anni, e negli ultimi cinque anni è accelerato. Sempre dal report emerge che le megachiese “continuano a lottare con la problematica di un flusso costante di nuove persone che entrano mentre altre scivolano fuori dalla porta di servizio” (ivi, p.4) e oltre un terzo dei partecipanti (il 35%) non rimane per più di cinque anni.

Per quanto riguarda la popolazione evangelica, il censimento religioso del 2020[5] del Public Religion Research Institute, ha registrato un dato significativo. Nella popolazione bianca, target privilegiato del principio dell’unità omogenea del Church Growth Movement e delle megachiese (Curtis, 2020; Bird e Thumma, 2020), gli evangelici sono stati superati dai protestanti storici, e i non-religiosi sono ormai la popolazione più significativa. Gli evangelici bianchi sono la popolazione religiosa che ha subito il calo più significativo, passando dal 23% al 14% in appena 14 anni (Figura 11).

(preso da: https://www.prri.org/research/2020-census-of-american-religion/#page-section-1)
Allargando lo sguardo all’intera società statunitense, una ricerca dell’istituto Gallup (Jones, 2021) mostra come il processo di secolarizzazione non si sia fermato, anzi è accelerato, quando si prende in considerazione la popolazione adulta totale (Figura 12) le varie fasce d’età (Figura 13), e i diversi segmenti demografici (Figura 14).


Figura 13. Andamento della percentuale di adulti statunitensi senza affiliazione religiosa, per generazione (Jones, 2021)

Figura 14. Andamento della percentuale di affiliazione religiosa per segmenti demografici (Jones, 2021)
Uno studio del think tank American Enterprise Institute (Stone, 2020) mette in dubbio anche le strategie secondo cui l’adozione di uno stile più contemporaneo e spettacolare sia un fattore chiave di crescita della chiesa, basate su studi che “sono stati ostacolati dalla difficoltà di identificare la causalità” (ivi, p. 48). Stone cerca di far emergere il più possibile il parametro dello “stile di culto” facendo un’indagine in un’unica denominazione, quindi lasciando uniformi altri parametri come il tipo di organizzazione e la dottrina:
Non c’è alcuna differenza nel ritmo del declino della congregazione in base allo stile del culto. Questo suggerisce fortemente che altri studi che hanno trovato un effetto positivo dello stile di culto stavano in realtà misurando accidentalmente qualcos’altro. (…) La ricerca accademica ha dimostrato che le chiese crescono molto di più quando i loro membri sono profondamente impegnati nel suo vissuto, non semplicemente perché hanno uno stile musicale contemporaneo. (…) Le chiese con scuole crescono più velocemente, le chiese con donazioni più alte crescono più velocemente e le chiese con una frequenza più regolare tra i membri crescono più velocemente. (…) Questi altri effetti sono tutti statisticamente significativi, ma lo stile di culto della chiesa non è mai statisticamente significativo (ivi, p. 50).
Uscendo dagli Stati Uniti, anche altrove la situazione non sembra essere molto diversa. In Australia tra le statistiche più importanti ci sono quelle del National Church Life Survey, indagine che si svolge tra le varie denominazioni cristiane ogni cinque anni. In quella più recente (Figura 15), che analizza i dati dal 1996 al 2016, si nota come la maggior parte dei nuovi arrivi nelle chiese sia fatta di credenti che cambiano comunità locale, ma rimangono nella stessa denominazione (transfers) oppure che cambiano denominazione (switchers).

Figura 15. Nuovi arrivi nelle chiese cristiane australiane
Tutto questo mentre un’indagine[6] di Roy Morgan, il più grande istituto di ricerca indipendente in Australia, mostra come dal 2003 al 2020 ci sia stato un calo del 24% delle persone maggiori di 14 anni che si identificano cristiane, che sono passate dal 73,2% al 53,4% della popolazione, soltanto il 17,4% della popolazione dichiara di frequentare abitualmente un luogo di culto.
In Europa, una ricerca quantitativa del 2020, svolta da Paul Vermeer e Peer Scheepers dell’Università Radboud di Nimega, ha analizzato la crescita dei membri di sei chiese evangeliche olandesi vicine allo status di megachurch (tra cui due del network della Willow Creek) confermando che la capacità attrattiva di queste realtà si realizza più all’interno del cristianesimo che nella società secolarizzata.
Le sei chiese evangeliche che hanno partecipato a questa ricerca in parte prosperano, perché attraggono nuovi membri dai ranghi protestanti principali e più ortodossi, così come dalle riaffiliazioni. Non attraggono, tuttavia, i cattolici né sembrano attrarre molto le persone senza un precedente background religioso (…) Ma se il successo di queste congregazioni evangeliche è in realtà il risultato di un “rimescolamento conservatore”, il loro potenziale di crescita è allo stesso tempo limitato. Nei Paesi Bassi, così come in molti altri paesi occidentali, la proporzione di persone religiose si sta riducendo nel tempo, il che limita semplicemente il numero potenziale di persone che potranno cambiare chiesa o riaffiliarsi nel prossimo futuro.
(Vermeer e Scheepers, 2020, pp. 63-64)
Il “risveglio” di Asbury

“Qui entriamo in una comunità, a volte saremo d’accordo di essere diversi, ogni volta decideremo di amarci e unirci per servire”
A inizio 2023 il mondo evangelico è stato segnato da un evento molto particolare, partito dalla piccola università privata di Asbury, fondata nel 1890 da membri del movimento di santità metodista. Dopo una riunione di culto svoltasi nel vecchio auditorium l’8 febbraio, gli studenti hanno continuato a riunirsi in preghiera ininterrottamente, in maniera spontanea, fino al 24 febbraio. Da molti è stato definito un “risveglio spirituale”. Tom McCall, uno degli insegnanti del college riassume così ciò che è successo alla testata Christianity Today[7]:
Quando sono arrivato, ho visto centinaia di studenti cantare in silenzio. Stavano lodando e pregando ardentemente per sé stessi, per i loro vicini e per il nostro mondo, esprimendo pentimento e contrizione per il peccato e intercedendo per la guarigione, l’integrità, la pace e la giustizia.
Alcuni leggevano e recitavano le Scritture. Altri erano in piedi con le braccia alzate. Molti erano raggruppati in piccoli gruppi che pregavano insieme. Alcuni erano inginocchiati alla balaustra del pulpito nella parte anteriore dell’auditorium. Alcuni erano prostrati, mentre altri parlavano tra loro, con i volti illuminati dalla gioia.
Stavano ancora adorando quando sono andato via nel tardo pomeriggio e quando sono tornato la sera. Stavano ancora adorando quando sono arrivato giovedì mattina presto – e a metà mattina centinaia di persone stavano di nuovo riempiendo l’auditorium. Ogni giorno ho visto diversi studenti correre verso la cappella.
Giovedì sera c’erano solo posti in piedi. Hanno iniziato ad arrivare studenti da altre università: l’Università del Kentucky, l’Università delle Cumberlands, l’Università Purdue, l’Indiana Wesleyan University, l’Ohio Christian University, l’Università Transylvania, l’Università Midway, l’Università Lee, il Georgetown College, l’Università Nazarena di Mt. Vernon e molte altre.
Il culto è continuato per tutta la giornata di venerdì e per tutta la notte. Sabato mattina ho faticato a trovare un posto a sedere; la sera l’edificio era stracolmo. Ogni sera, alcuni studenti e altre persone sono rimasti nella cappella a pregare per tutta la notte. E domenica sera l’entusiasmo non accenna a diminuire.

La notizia di questo risveglio si è diffusa presto sui social media, poiché i partecipanti erano principalmente membri della Generazione Z, attirando visitatori da tutti gli Stati Uniti, e anche oltre. Nelle successive due settimane sono passati dai 50.000 ai 70.000 visitatori, in rappresentanza di oltre 200 istituzioni accademiche e di diversi Paesi[8].
Ciò che è accaduto ad Asbury è significativo ai fini di questa analisi per più motivi. Seppure sia stato l’evento che ha catalizzato l’attenzione evangelica a livello globale, è stato caratterizzato da dinamiche esattamente opposte a quelle della McDonaldizzazione.
Dal punto di vista della celebrity culture, vale la pena citare il titolo esplicito di un articolo di Christianity Today: “Nessuna celebrità eccetto Gesù: come Asbury ha protetto il risveglio”[9].
Quando il risveglio è entrato nella seconda settimana, sono stati fatti spesso annunci sulla presenza di celebrità. Durante la giornata, i ministri che non si fermavano a dire i propri nomi o titoli dicevano: “Qui non ci sono celebrità, né superstar, tranne Gesù”. Il termine “umiltà radicale” è stato usato regolarmente.
L’articolo descrive come l’organizzazione di Asbury non abbia lasciato alcuno spazio a celebrità, e il tutto è stato gestito internamente, con gli studenti a fare la loro parte di propria volontà e a gestire gli incontri.
Questo “risveglio” non è passato inosservato anche per ciò non c’era nel vecchio auditorium Hughes: le grandi strutture tecniche proprie del culto spettacolarizzato delle McChurch.
Su Twitter Greg Gordon, gestore di “Sermon Index”, un grande archivio online di sermoni evangelici, riporta una testimonianza diretta[10]:
Il principale risultato del revival di Asbury è questo:
C’è un pianista, un chitarrista e un’unica batteria.
Sedie dure.
Interni “brutti”.
Le luci non si abbassano.
Nessuno serve ciambelle.
Non c’è una sola macchina del fumo.
Nessun gioco di luci.
Nessun timer.
Nessuna produzione perfetta.
Nessun leader e nessuna “squadra”.
Nessuna gerarchia o competizione.
Nessuna stanza per bambini.
Nessuno ti saluta nel parcheggio.
Letteralmente nessuna struttura.
A quanto pare, l’unica cosa necessaria per attirare le persone a DIO è … Dio.
Perché l’abbiamo reso così complicato?
È ora di tornare al puro e semplice.
Un altare e un sacrificio (Gesù).
Restituiamogli la sua casa. Adoriamo solo LUI e vediamo cosa succede.
Adorare veramente. Non solo alzarsi e cantare una canzone.
PREGHIAMO LUI. Egli abita le lodi del suo popolo.
La Chiesa perseguitata: il successo dei cristiani nell’ombra
A conclusione di questo articolo può essere utile fare una breve panoramica di quello che oggi è il cristianesimo più lontano dalla celebrity culture, dalle grandi strutture delle corporate megachurch, dalle promesse del vangelo della prosperità e dal complesso evangelico-industriale: la Chiesa perseguitata, composta da centinaia di milioni di credenti che vivono in nazioni dove rischiano la vita per la loro fede.
Il 18 giugno 2019, su USA Today, uno dei principali quotidiani statunitensi, è apparso un accorato appello del direttore della sezione americana di Porte Aperte, la più importante organizzazione non governativa evangelica che si occupa di sostegno dei cristiani perseguitati nel mondo (Curry, 2019). Dopo diversi attacchi in Nigeria e Sri Lanka, costati la vita a centinaia di cristiani, Curry denuncia la coltre di indifferenza della leadership evangelica americana e la cultura delle megachiese:
La leadership della chiesa americana, con i suoi superpastori e le sue megachiese, sta fischiettando tra le tombe. La bestia che abbiamo creato, che si crogiola in musica ottimistica e positività per attrarre donatori che sostengano enormi budget, lasciano ben poco spazio per parlare della sofferenza dei cristiani nel mondo. Come la maggior parte della cultura, la chiesa americana è più preoccupata degli scandali nei college e di “Game of Thrones” che della persecuzione. Ossessionati dall’intrattenimento e dall’autoreferenzialità, sono completamente distaccati dall’esperienza della chiesa globale. La chiesa americana si sta ingozzando fino alla morte mentre la chiesa globale viene assassinata (ivi).
Nelle statistiche elaborate dall’associazione missionaria The Travelling Team[11] viene stimato che di tutti i fondi versati alle missioni dai cristiani americani, soltanto l’1% è utilizzato per evangelizzare persone mai raggiunte prima, soprattutto nei paesi dove c’è persecuzione e povertà. Situazione segnalata anche dal noto pastore e missionario David Platt che in un suo tweet[12] scrive: “Ciò significa che le persone con i bisogni spirituali e fisici più urgenti sul pianeta ricevono la minor quantità di sostegno”.
Nonostante la situazione di estremo bisogno e persecuzione, proprio in questi contesti il cristianesimo sembra invertire la tendenza in atto nel mondo occidentale.
Nel 2021 Christianity Today ha riportato i risultati di una ricerca peer-reviewed condotta da due studiosi cristiani sulla situazione della chiesa in 166 nazioni, pubblicata per una rivista scientifica dell’Università di Oxford (Saiya e Manchanda, 2021). Questo studio ha confermato che i paesi dove la Chiesa cresce di più sono proprio i paesi dove non riceve alcun privilegio in termini di leggi, e dove c’è anche aperta persecuzione (soprattutto in Asia e Africa). Uno dei due autori riassume la ricerca così su Christianity Today:
Sette delle dieci nazioni con le popolazioni cristiane in più rapida crescita offrono poco o nessun sostegno ufficiale al cristianesimo. Paradossalmente, il cristianesimo fa meglio quando deve cavarsela da solo. (…) La persecuzione religiosa non permette ai cristiani di diventare compiacenti. In molti contesti di discriminazione e persecuzione, la chiesa ha sfidato le circostanze, non solo continuando ad esistere ma persino prosperando. (…) In tutto il mondo, centinaia di milioni di cristiani vivono in paesi dove sperimentano alti livelli di persecuzione. Anche così, il cristianesimo continua a dimostrarsi straordinariamente resistente, proprio come la chiesa primitiva sotto la spada di Cesare (Saiya, 2021).
Questo è quello che viene definito il “paradosso della persecuzione” (Saiya e Manchanda, 2021, p. 15): dove sembra che le circostanze siano più ostili e meno comode per i cristiani, ecco che la Chiesa cresce sempre di più.
D’altronde è quello che è successo anche al movimento evangelico pentecostale italiano durante la persecuzione fascista, come spiega il sito[13] delle Assemblee di Dio in Italia:
Gli anni che vanno dal 1935 al 1944 segnarono un periodo di dura persecuzione, durante il quale i credenti, trovati a celebrare il culto a Dio in case private o in campagna, vennero arrestati in massa, con conseguenti condanne alla sorveglianza speciale, al confino di polizia e al carcere. Le vessazioni subite non annullarono l’opera svolta da questi cristiani e, dopo gli eventi bellici, non appena fu possibile riprendere i contatti tra le comunità, si scoprì che la repressione non aveva fatto scomparire alcuna chiesa ma, anzi, ne erano sorte di nuove, come risultato della fedele testimonianza dei confinati. (…) Sorsero, pertanto, nuove chiese e gruppi sparsi un po’ ovunque in Italia.
Uno degli esempi più lampanti oggi si può trovare in Iran, all’ottavo posto per violenza della persecuzione secondo la World Watch List 2021 di Porte Aperte[14], ma con la popolazione cristiana a più alta crescita al mondo.
Nel 1979, anno della rivoluzione islamica, c’erano appena 500 cristiani iraniani ex-musulmani[15], quarant’anni dopo le cifre variano tra i 500.000 e 1.000.000 (Pipes, 2021). Nonostante le violenze, la prigionia e le condanne a morte inflitte dal regime iraniano che li considera una minaccia alla propria sopravvivenza, i cristiani (in gran parte pentecostali) continuano a crescere costantemente nella clandestinità.
Come fenomeno sotterraneo, quelli che a volte sono chiamati Muslim Background Believers non hanno un clero organizzato o edifici ecclesiastici, ma sono discepoli spontanei che si incontrano in piccole chiese domestiche di quattro o cinque membri ciascuna, con canti sommessi o del tutto assenti. In netto contrasto con i mullah che governano l’Iran, le donne svolgono un importante ruolo nello sviluppo di queste comunità (ivi).
In linea con l’idea del “sacerdozio universale dei credenti” del Nuovo Testamento (Prima Epistola di Pietro 2:4-10; Apocalisse 1:6) e della struttura molto orizzontale della Chiesa primitiva, la chiesa iraniana conta sull’impegno e l’evangelizzazione personale dei singoli credenti in prima linea, che creano un effetto di moltiplicazione e accelerano la crescita. Nima Alizadeh, un emigrato iraniano, descrive così l’attività di una delle migliaia di chiese evangeliche domestiche:
Ognuno di noi aveva un gruppo di amici e familiari. Prima andavamo da loro. Gradualmente, il nostro numero è aumentato. Poi pregavamo di andare in diverse città. Camminavamo per tutto il giorno, andavamo al centro commerciale e, se una persona sembrava aperta, condividevamo il vangelo e distribuivamo volantini e video.
(Eekhoff Zylstra, 2021)
Ogni volta che due o tre persone si convertivano, la chiesa di Alizadeh le metteva in contatto tra loro e le aiutava a cominciare ad evangelizzare a loro volta. Negli ultimi 20 anni, questa chiesa ha fondato circa 25 altri piccoli gruppi [16]in 12 città. Circa 500 persone si sono convertite (ivi). A fare da supporto alle attività evangelistiche della chiesa sotterranea iraniana nel tempo si è aggiunto un traffico di Bibbie e letteratura cristiana di contrabbando, una TV cristiana satellitare in Farsi, video e corsi online.
La chiesa iraniana e le comunità cristiane perseguitate nel mondo, ben lontane dalle luci della ribalta della celebrity culture e prive delle complesse sovrastrutture del cristianesimo McDonaldizzato, sono forse le realtà che oggi si avvicinano di più a quel movimento partito da un pugno di “popolani senza istruzione” che nel giro di pochi decenni è riuscito a mettere “sottosopra il mondo” (Atti degli Apostoli 4:13; 17:6) e possono dare grandi spunti di riflessione per un cristianesimo occidentale sempre più in declino.
[1] Le note biografiche su René Padilla sono tratte dall’articolo di Christianity Today “C. René Padilla, Father of Integral Mission” di David C. Kirkpatrick. Si veda https://www.christianitytoday.com/news/2021/april/rene-padilla-died-integral-mission-latin-american-theology.html, consultato il 2/8/2021
[2] Si veda https://www.slowfood.it/chi-siamo/storia/ consultato il 4/8/2021.
[3] Si veda http://julieroys.com/former-harvest-employees-say-james-macdonald-lived-large-churchs-dime/, consultato il 05/08/2021.
[4] Si veda https://wng.org/articles/hard-times-at-harvest-1617297601 , consultato il 05/08/2021
[5] Si veda https://www.prri.org/research/2020-census-of-american-religion/#page-section-1, consultato il 07/08/2021
[6] Si veda http://www.roymorgan.com/findings/8664-religion-in-australia-march-2020-202103220545, consultato il 07/08/2021
[7] https://www.christianitytoday.com/ct/2023/february-web-only/asbury-revival-1970-2023-methodist-christian-holy-spirit.html
[8] https://www.foxnews.com/media/asbury-revival-beautiful-disruption-multi-generational-community-christian-covid
[9] https://www.christianitytoday.com/news/2023/february/asbury-revival-outpouring-protect-work-admin-volunteers.html
[10] https://twitter.com/gregjgordon/status/1631489527956078593
[11] Si veda http://www.thetravelingteam.org/stats, consultato il 08/08/2021
[12] Si veda https://twitter.com/plattdavid/status/1410790843095654403 , consultato il 08/08/2021
[13] Si veda: https://www.assembleedidio.org/presentazione/, consultato il 08/08/2021.
[14] Si veda: https://www.porteaperteitalia.org/world-watch-list-nazione/2021/iran/, consultato il 08/08/2021
[15] Si veda: https://operationworld.org/locations/iran/, consultato il 08/08/2021
[16] Per il ruolo dei piccoli gruppi nella storia evangelica, si vedano: https://www.svoltaonline.it/ma-tu-il-risveglio-come-lo-immagini/ e https://www.svoltaonline.it/piccoli-gruppi-la-matematica-di-dio/ , consultati il 08/08/2021

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