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McChurch è un blog che analizza
da una prospettiva multidisciplinare cosa succede quando le chiese assimilano le dinamiche della cultura consumistica.

Indice dei contenuti

  1. La leadership della Chiesa primitiva
    1. Gesù
    2. Paolo da Tarso
    3. Ascolto
    4. Empatia
    5. Cura
    6. Consapevolezza
    7. Persuasione
    8. Costruzione della comunità
  2. I valori della chiesa primitiva
    1. Leadership condivisa: garanzia di collegialità
    2. Solidarietà: provvedere ai veri bisogni
    3. Pluralismo: unità nella diversità
    4. Etica: prevenzione contro gli abusi
    5. Amore e santificazione: un rapporto sano con la società
  3. Immagini bibliche: il pastore, il corpo e il lievito
    1. Il pastore: modello del leader
    2. Il corpo: una chiesa organica
    3. Il lievito: l’artificiosità da evitare
  4. Testi di approfondimento

Crediamo che l’intera Bibbia sia ispirata da Dio e senza errori. La Bibbia è l’autorità su cui basiamo la nostra fede, condotta e dottrina.

(Dal sito[1] della Lakewood Church di Joel Osteen)

Tutte le chiese, anche quelle organizzate con un’impronta profondamente aziendale e caratterizzate da un messaggio che esalta l’aspetto materiale ed edonistico del vissuto, sono realtà che non possono prescindere dalla Bibbia. Sui siti delle megachiese, nella sezione che riassume le dottrine fondamentali, al primo posto si trova quasi sempre una dichiarazione che ribadisce l’assoluta autorità della Bibbia in termini spirituali e pratici.

Proprio per questo motivo, prima di passare alle critiche contemporanee al cristianesimo McDonaldizzato, può essere utile fare un breve confronto storico, culturale e spirituale con quella che viene definita la “Chiesa primitiva”, descritta nelle pagine della Bibbia e analizzata da storici e teologi di varie denominazioni cristiane.

Come dice Ritzer, non si tratta di un confronto dettato da “una romanticizzazione del passato, da un desiderio impossibile di tornare in un mondo che non esiste più”, ma soprattutto “dal punto di vista di un futuro immaginabile” (Ritzer, 2019, pp. 30-31).

Anche attraverso la descrizione di episodi risalenti a circa duemila anni fa svoltisi in un preciso contesto storico, per la comunità cristiana la Bibbia pone dei principi che dovrebbero fare da paradigma alle chiese di ogni tempo (Romani 15:4), anche quelle immerse nella società McDonaldizzata.

La leadership della Chiesa primitiva

Come si è visto, uno degli aspetti più critici nella McDonaldizzazione del cristianesimo è il tipo di leadership che ne emerge, allo stesso tempo tecnocratica e carismatica. Secondo la teologa anglicana Chloe Lynch (2017) sono leader che si presentano come esperti, con una competenza nella gestione organizzativa il cui obiettivo è fornire beni e servizi spirituali attraverso una struttura centralizzata condotta da standard di mercato, misurando il successo in termini di massimizzazione di presenze, di infrastrutture e di introiti. Allo stesso tempo, Scott Thumma (1996) descrive come questi individui sono considerati leader spirituali carismatici e molto dotati.

L’antropologa Jessica Johnson (2017) invece descrive come su questi pastori converga buona parte delle attività della chiesa e la loro popolarità dev’essere continuamente alimentata in un ciclo di stampo industriale in cui la comunità, in maniera più o meno consapevole, diventa funzionale al leader e i membri “una forza lavoro che investe a livello fisico, emotivo e spirituale nell’evangelismo imprenditoriale del proprio pastore” (ivi, p. 163).

Per delineare un modello di leader cristiano più vicino a quello che troviamo nel testo biblico si possono usare come esempi i due leader più importanti della Chiesa primitiva: Gesù di Nazareth, il “capo della Chiesa” (Efesini 4:15), e Paolo da Tarso, “l’apostolo degli stranieri” (Romani 11:13) che con la sua opera missionaria e i suoi scritti teologici ha avuto un ruolo fondamentale nell’espansione delle comunità cristiane fuori dalla Palestina e dal contesto giudaico (Penna, 2017). Per illustrare meglio il loro approccio alla leadership si può usare il concetto di servant leadership (leadership servente o leadership di servizio) elaborato a partire da Robert Greenleaf (1970), dopo aver lavorato per quasi quarant’anni nel mondo delle multinazionali come direttore dello sviluppo del personale della AT&T e conoscendone a fondo le criticità.

Più che da un modello corporate, l’idea di servant leadership trae ispirazione da un libro pieno di spiritualità come Il Pellegrinaggio in Oriente (ivi, p. 7) di Herman Hesse e dall’ascolto di varie “voci profetiche” (ivi, p. 8) appartenenti al mondo artistico, culturale e religioso. Secondo Greenleaf il leader servo non desidera servire perché è diventato un leader, ma è diventato un leader perché desidera servire: non raggiunge il successo se rafforza la propria posizione, ma se “quelli che vengono serviti crescono come persone” (ivi, p. 13).

Si è scelto di usare questo concetto anche perché Greenleaf stesso, diventato un quacchero, ha confermato al suo biografo la profonda influenza del cristianesimo sul suo lavoro (Frick, 2004). Secondo diversi autori cristiani (Strauch, 1995; Crowther, 2018; Flanike, 2006), i principi della servant leadership si sono rivelati particolarmente compatibili con il vissuto delle comunità cristiane così come le troviamo descritte nel Nuovo Testamento.

Altri ricercatori (Sendjaya e Sarros, 2002) hanno messo in discussione perfino l’originalità del concetto elaborato da Greenleaf, proprio perché le caratteristiche della servant leadership sono già molto presenti nell’insegnamento di Gesù riportato dai Vangeli:

Per quanto attraente e stimolante sia la concettualizzazione di Greenleaf, non è lui che per primo ha introdotto la nozione di servant leadership nell’impegno umano quotidiano. È stato il fondatore del cristianesimo, Gesù Cristo, che ha insegnato per primo il concetto di servant leadership. Dai resoconti narrativi della sua vita nella Bibbia, è evidente che la servant leadership era insegnata e praticata più di duemila anni fa (ivi, p. 7).

Gesù

Stele funeraria con l’iscrizione in lingua greca ΙΧΘΥϹ ΖΩΝΤΩΝ (trasl. ichthys zōntōn; lett.: “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore dei viventi”). Inizi del III secolo, Museo Nazionale Romano

Gesù, nel suo insegnamento, dà delle direttive sul servizio molto chiare, seppure “controculturali per le società e le culture del primo secolo come per quelle del ventunesimo” (Crowther, 2018). Nel Vangelo di Marco, due suoi discepoli gli chiedono di poter assumere un ruolo secondo soltanto al suo, e Gesù risponde alla loro richiesta stabilendo la differenza che deve esserci tra i leader che impongono il proprio dominio e quella che lui desidera dai suoi seguaci: “Chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; e chiunque, tra di voi, vorrà essere primo sarà servo di tutti … poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire” (Marco 10:43-45).

Per il biblista pentecostale Craig Keener (2016) l’utilizzo ripetuto del termine “servo” nei confronti di persone libere era sorprendente in una cultura che considerava i servi persone di livello inferiore, ancora di più se applicato alla propria persona (ivi, p. 155). Nel Vangelo di Giovanni è invece riportato l’episodio in cui Gesù, durante l’ultima cena, lava i piedi ai propri discepoli. L’atto in sé rompe qualsiasi confine sociale tra maestro e discepoli tipico della cultura ebraica, perché se offrire l’acqua per pulirsi i piedi era una prassi di ospitalità comune, togliere i calzari e pulire i piedi altrui era un atto normalmente attribuito ai servi, tanto da far scandalizzare Pietro (ivi, p. 288).

Anche qui Gesù vuole dare un insegnamento: “Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Infatti vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io” (Giovanni 13:14, 15).

Paolo da Tarso

Paolo da Tarso, nelle sue epistole destinate alle guide e ai membri di diverse chiese cristiane, riprende questi insegnamenti e ne ribadisce l’importanza. Alla chiesa di Filippi ricorda l’esempio di Gesù in profondi termini teologici, esortando tutti i cristiani ad avere “lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo” (Filippesi 2:5-7).

Alla chiesa di Corinto, in cui si erano formate due fazioni contrapposte, Paolo non vuole imporre la propria leadership ma porta la comunità a riflettere sulla fede comune per risolvere le contrapposizioni: “Quando uno dice: «Io sono di Paolo»; e un altro: «Io sono d’Apollo»; non siete forse uomini carnali? Che cos’è dunque Apollo? E che cos’è Paolo? Sono servitori (…) nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù” (I Corinzi 3:4, 5, 11).

Nella seconda missiva alla comunità di Corinto, in cui si difende da oppositori interni che mostravano una visione di se stessi in linea con gli ideali di leadership aristocratica, Paolo fa “una parodia dell’autocelebrazione, una caratteristica centrale della valorizzazione greco-romana della competizione maschile e dell’autopromozione” (Keener, 2016, p. 518), vantandosi di ciò che lo qualificava come servo: sofferenze, persecuzioni, preoccupazioni e debolezze (II Corinzi 11:23-33).

Si possono usare alcuni principi della servant leadership per dare ulteriori dettagli sul comportamento di Gesù e Paolo nei confronti della comunità: ascolto, empatia, cura, consapevolezza e persuasione (Greenleaf, 1970).

Ascolto

Il leader servo non fa ascoltare soltanto la propria voce, ma prima di tutto ascolta quella degli altri per capire i reali bisogni della comunità che sta servendo. Nei Vangeli si vede un Gesù che dialoga continuamente, non soltanto con i propri discepoli, a cui chiede opinioni (Matteo 16:15) o chiarisce dubbi (Luca 8:9), ma con persone di ogni tipo, che sia un membro del supremo consiglio ebraico (Giovanni 3:1-16) o una donna parte di una minoranza etnica avversa ai Giudei (Giovanni 4:1-42).

Paolo, nel suo ricco epistolario, mostra un’attitudine di ascolto costante, che lo porta ad affrontare le problematiche spirituali e pratiche che gli venivano dalle varie comunità, di cui era costantemente preoccupato (II Corinzi 11:28).

Empatia

È importante anche un continuo sforzo di empatia verso le persone, in quanto portatrici di una dignità intrinseca, seppure nelle loro limitazioni. Gesù, davanti alla sincera ricerca spirituale del giovane ricco ha un profondo moto interiore (Marco 10:21), e davanti al dolore di una famiglia in lutto si unisce al loro cordoglio (Giovanni 11:35), e lo scrittore dell’epistola agli Ebrei sottolinea questa caratteristica del carattere di Gesù (Ebrei 4:15).

L’apostolo Paolo si chiede: “Chi è debole senza che io mi senta debole con lui? Chi è scandalizzato senza che io frema per lui?” (II Corinzi 11:29) e al giovane missionario Timoteo confessa: “Ripenso alle tue lacrime e desidero intensamente vederti per essere riempito di gioia” (II Timoteo 1:4).

Cura

Il servizio alla comunità è un’opportunità di curarne i membri, soprattutto i più deboli. Nei Vangeli vediamo la cura di Gesù attraverso guarigioni fisiche (Matteo 15:30) e gesti pubblici che davano dignità a persone disprezzate o sottovalutate, svergognando un fariseo ed elogiando una prostituta (Luca 7:36-50) o riprendendo i discepoli che non volevano perdere tempo con i bambini (Marco 10:14).

Paolo avvisa i credenti di Roma che non potrà ancora incontrarli perché ha organizzato una raccolta fondi per i poveri di Gerusalemme (Romani 15:25, 26) e alla chiesa di Corinto, in cui molti membri provenivano dalle classi più povere della città (Keener, 2016), ricorda che “Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono” (I Corinzi 1:28).

Consapevolezza

La consapevolezza del proprio ruolo, dei bisogni della comunità e della necessità di dover fare qualcosa, consente al leader di affrontare le situazioni di stress con il giusto distacco, ma non in uno stato di apatia. È lo stesso Greenleaf a citare come esempio di questo principio il famoso episodio di Gesù che salva l’adultera dalla lapidazione nonostante le pressioni della folla che invocava la legge mosaica. Gesù, senza scomporsi, si ferma e compie un’azione inaspettata: si mette a scrivere con il dito sulla terra, per poi pronunciare una frase rimasta alla storia, ma che rappresenta in tutto e per tutto l’autorevolezza del ruolo di Gesù e il suo modo di agire: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” (Giovanni 8:7).

La consapevolezza porta alla “costruzione e chiarificazione dei valori, armandosi per affrontare lo stress e per costruire serenità di fronte all’incertezza” (ivi, p. 29) e Paolo fa esattamente questo nel passaggio conclusivo della sua lettera alla comunità cristiana di Efeso, oggetto di persecuzione, paragonando le virtù cristiane a un’armatura di cui rivestirsi per affrontare le difficoltà (Efesini 6:10-20).

Persuasione

Il leader servo, per generare cambiamento, usa la persuasione, non la coercizione. Uno dei modi per cui Gesù è noto per il suo insegnamento sono le parabole, in cui usava esempi tratti dalla vita quotidiana per stimolare le persone a comprendere importanti verità da assimilare. Ad esempio, per far capire alla classe religiosa l’infondatezza dei loro pregiudizi e il valore di tutte le persone agli occhi di Dio, usa le famose parabole del buon pastore, della moneta perduta e del figlio prodigo (Luca 15:1-32).

Gesù, inoltre, scoraggiò apertamente l’uso della violenza (Matteo 5:38-48; Luca 22:38). L’apostolo Paolo usa il discorso persuasivo come metodo di evangelizzazione (Atti 17:16-34; 18:4; 19:8; 28:23) e dedica un’intera epistola per convincere, con una vera e propria peroratio, un ricco cristiano di nome Filemone a riaccogliere un suo schiavo fuggito come fratello in Cristo, e a liberarlo (Keener, 2016).

Costruzione della comunità

Pianta della Domus Ecclesiae di Dora Europos

Lo scopo della servant leadership è la costruzione di comunità, un “gruppo faccia a faccia in cui la responsabilità di ciascuno per l’altro e di tutti per uno è illimitata” (Greenleaf, 1970, p. 42) e in cui si crea l’ecosistema etico e valoriale fatto di reciprocità in cui possono emergere nuovi leader servi. Gesù crea la primissima comunità cristiana con il gruppo di discepoli che lo accompagna, unendo persone dall’origine e dalla personalità molto eterogenea, che saranno poi i primi leader della chiesa primitiva.

Lo scopo di Gesù è riassunto nella preghiera che rivolge per loro durante l’ultima cena: “siano tutti uno (…) siano perfetti nell’unità” (Giovanni 17). Paolo intende rimuovere alcuni dei più grandi ostacoli all’unità delle comunità cristiane che si stanno moltiplicando, come le divisioni di classe, di sesso e di etnia (Romani 10:12; Galati 3:28; Colossesi 3:11) in un costante richiamo al perdono, alla sottomissione reciproca e all’umiltà (Colossesi 3:13; Efesini 5:21; Filippesi 2:3).

I valori della chiesa primitiva

Dopo aver trattato la leadership nella sua espressione individuale, si passerà ad analizzare alcuni valori caratteristici dell’organizzazione e del vissuto delle comunità cristiane primitive. Questi principi possono essere letti anche come dei veri e propri contrappesi al processo di McDonaldizzazione e alle sue irrazionalità, evidenziate nel capitolo precedente.

Leadership condivisa: garanzia di collegialità

Il teologo del movimento Plymouth Brethren[2] Alexander Strauch (1995), nel suo volume di ecclesiologia Biblical Eldership, evidenzia come all’inizio del libro degli Atti degli Apostoli, nella piccola comunità cristiana composta da circa centoventi seguaci di Gesù, non c’è una leadership che verte su un’unica figura ma una leadership condivisa (ivi, p. 36). La prima decisione, fatta collegialmente e conclusasi con un’estrazione a sorte, è riportarla al numero originario scegliendo il sostituto di Giuda l’Iscariota (Atti 1:15-26).

Il primo nucleo è composto dagli apostoli, ma con la repentina crescita delle comunità cristiane, dalle stesse emerge spontaneamente un insieme di anziani che si affianca in maniera paritaria agli stessi apostoli, già nelle prime decisioni assunte al concilio di Gerusalemme (Atti 15:1-25).

Strauch descrive come nelle prime comunità cristiane gli anziani guidassero le singole comunità con l’insegnamento e la predicazione e, in maniera collegiale, amministravano le finanze, prendevano decisioni di carattere dottrinale, consigliavano e risolvevano conflitti interni (Strauch, 1995, pp. 121-133).

A conferma di un approccio non verticistico c’è anche la significativa dichiarazione dell’apostolo Pietro che, nella sua prima epistola, si definisce un anziano come altri (I Pietro 5:1). Strauch elenca anche fonti extrabibliche come la Didaché, la prima epistola di Clemente del 96, la prima epistola di Ignazio del 115 e “Il Pastore di Erma” del 140, a riprova che le primissime comunità cristiane fossero guidate da consigli di anziani (Strauch, 1995, pp. 266-267).

Solidarietà: provvedere ai veri bisogni

Buona parte delle risorse organizzative e finanziarie delle comunità cristiane non erano destinate ai leader, ma a provvedere ai bisogni dei membri delle comunità attraverso una solidarietà orizzontale. Ancora prima degli anziani, nella comunità di Gerusalemme furono eletti i primi sette diaconi per gestire l’assistenza alle vedove indigenti (Atti 6:1-6). Fin dall’inizio, e in maniera spontanea, i membri delle comunità facevano offerte per aiutare i meno abbienti all’interno delle chiese (Atti 4:32-36) o ad altre comunità che vivevano situazioni di emergenza (Atti 11:29).

Nelle sue lettere l’apostolo Paolo sottolinea la natura spontanea dell’offerta economica, legata alle proprie possibilità secondo un principio di uguaglianza (II Corinzi 9:7; 8:12-13) e collega la solidarietà all’etica stessa del lavoro (Efesini 4:28). Nella lettera di Giacomo si chiarisce come, alla base della pratica concreta della fede stessa, ci sia l’impegno a “soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni” (Giacomo 1:27).

Il teologo luterano Gerd Theissen (2000), nella sua analisi sociologica del cristianesimo delle origini, contrappone le forme di “solidarietà verticale” tipiche dell’aristocrazia, legate anche a un ritorno d’immagine, con la “solidarietà orizzontale” disinteressata delle comunità cristiane.

Questa solidarietà, unita a una critica ragionata sulla ricchezza, non permise ai membri più abbienti di prendere il controllo delle comunità:

L’allargarsi di una tale solidarietà orizzontale ha impedito che le prime comunità cristiane diventassero la clientela sociale di alcuni ricchi padroni. Questi ultimi detenevano comunque una posizione molto forte al loro interno. I cristiani si riunivano probabilmente nelle loro case, poiché solo i benestanti disponevano di locali abbastanza grandi. Il loro sostegno era indispensabile per l’organizzazione della beneficienza. Ma proprio per queste ragioni vi era il pericolo reale di un trattamento di favore nei loro confronti, cosa contro la quale mette in guardia, per esempio, la Lettera di Giacomo. Questo peso de facto dei ricchi veniva riequilibrato sul piano strutturale attraverso elementi di solidarietà orizzontale e, sul piano morale, attraverso l’acuta critica alla ricchezza nella tradizione di Gesù che (…) ebbe come conseguenza quella di impedire che il loro prestigio morale diventasse troppo grande.

(ivi, p. 132)

Pluralismo: unità nella diversità

Le comunità cristiane, nel giro di pochi anni, erano già una realtà eterogenea, in termini di dislocazione geografica e di composizione sociale. Il più importante fattore era sicuramente la provenienza etnico-religiosa interna o esterna al giudaismo. Fu proprio il rapporto con la legge mosaica che portò alle prime e più importanti tensioni interne al movimento, affrontate già dalla conferenza di Gerusalemme (Atti 15:1-25) e da intere epistole (soprattutto quelle indirizzate ai Romani, ai Galati, agli Ebrei).

Proprio nell’affrontare queste problematiche emerge un forte pluralismo, dato dalla struttura stessa della leadership. Emblematico il caso di Paolo che, nonostante si considerasse “il minimo tra gli apostoli” (I Corinzi 15:9) non si fa scrupolo a discutere pubblicamente con l’apostolo Pietro a difesa dei credenti non giudei (Galati 2:11-14). Pietro, dal canto suo, non fa valere alcun primato ma, anche anni dopo, non fa che confermare e difendere il ruolo del “caro fratello Paolo” e dei suoi scritti (II Pietro 3:15-16).

Sia per Theissen (2000), sia per lo storico Romano Penna (2017) il pluralismo interno del cristianesimo primitivo sarà una garanzia di non-settarismo ed ecclesialità, un ecosistema dinamico in cui ci si muove con sufficiente libertà che riuscirà a raggiungere la necessaria unità dottrinale comprendendo contesti anche molto diversi tra loro.

Etica: prevenzione contro gli abusi

In un contesto di leadership diffusa e plurale, i responsabili delle comunità erano valutati secondo principi etici, non dalla quantità di partecipanti agli incontri o dagli introiti prodotti. Paolo scrive al proprio collaboratore Timoteo, che aveva come incarico anche l’identificazione di possibili anziani, quali dovevano essere le prerogative di chi guidava le comunità locali, atti a prevenire il più possibile eventuali scandali, con le inevitabili conseguenze interne ed esterne (I Timoteo 3:1-13).

Essendo lettere circolari rivolte a tutte le chiese che venivano lette pubblicamente (Keener, 2016; Penna, 2017) vincolavano gli anziani a rispondere di questi standard a tutti i membri delle comunità, che potevano valutare oggettivamente il comportamento dei propri responsabili ed eventualmente muovere delle accuse (I Timoteo 5:19-20).

Molti dei principi di valutazione riguardano esattamente gli aspetti etici che hanno caratterizzato gli scandali citati nel precedente articolo. Si dava così già una struttura formale per una genuina accountability che poteva dare una risposta preventiva all’abuso dell’autorità pastorale che affligge molte chiese (Strauch, 1995) e a una crisi di credibilità che sta alimentando la disillusione nelle nuove generazioni:

Oggi vediamo i giovani evangelici allontanarsi dalla fede non perché non credono in ciò che la chiesa insegna, ma perché credono che la chiesa non crede a ciò che lei stessa insegna. Il problema che si impone in questa dinamica di secolarizzazione non è lo scientismo e l’edonismo, ma la disillusione e il cinismo.

(Moore, 2021)

Amore e santificazione: un rapporto sano con la società

Anche il particolare rapporto della chiesa primitiva con la società circostante può dare importanti spunti di riflessione. Ancora lontano dal freddo individualismo dell’ascesi intramondana del puritanesimo calvinista, questo rapporto potrebbe essere riassunto con un concetto espresso nella preghiera di Gesù durante l’ultima cena: “Essi sono nel mondo ma non sono del mondo” (Vangelo di Giovanni 17). Alla base ci sono due principi: amore e santificazione. Giacomo, uno degli anziani della chiesa di Gerusalemme, li riassume bene quando scrive che “la religione pura e senza macchia davanti a Dio è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni, e conservarsi puri dal mondo” (Giacomo 1:27)

L’amore è la massima virtù cristiana, espressa da Gesù nella cosiddetta regola d’oro “ama il tuo prossimo come te stesso” (Marco 12:31), che presuppone uno slancio spontaneo e disinteressato verso le esigenze spirituali, ma anche pratiche, delle persone. L’apostolo Paolo, in continuità con questo insegnamento, sceglie una comunità piena di tensioni interne come quella di Corinto per descriverne le varie sfaccettature (I Corinzi 13). Seppure si manifestino in via prioritaria nella comunità cristiana (Galati 6:10), le varie espressioni dell’amore raggiungono tutti indistintamente, anche le persone che normalmente potrebbero essere considerate estranee e nemiche (Luca 6:30-36; 10:25-37; Matteo 25:40).

All’amore si affianca la santificazione, la separazione dal peccato, da tutto quello che può “contaminare la carne e lo spirito” (II Corinzi 7:1), rinunciando “all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente” (Tito 2:12) per assomigliare sempre di più a Cristo (II Corinzi 3:18; 7:1).

Lo storico pentecostale Larry Hurtado (2016) evidenzia che anche altre fonti extrabibliche, come la “Lettera a Diogneto”, testimoniano di come i primi cristiani fossero una parte integrante e attiva nel loro contesto culturale, da cui allo stesso tempo si distinguevano decisamente, soprattutto a livello etico.

Seppure la chiesa primitiva fosse profondamente consapevole delle specificità culturali e dei bisogni che la circondavano, la compresenza di amore e santificazione non la rendeva mai eccessivamente dipendente dal contesto esterno, evitando quella che Crowther (2018) definisce la “ricerca infinita di rilevanza che porta soltanto alla precarietà e all’esaurimento” (ivi, p. 20) che caratterizza buona parte del cristianesimo occidentale.

Secondo la Lynch (2017), il problema della chiesa McDonaldizzata è proprio in un amore mal riposto:

La chiesa, in alcuni ambienti, ha iniziato ad amare l’efficienza, la calcolabilità, la prevedibilità e il controllo. Questo è preoccupante, specialmente quando può esserci insufficiente chiarezza teologica sul fine verso cui la leadership deve dirigere la chiesa. Perché, in tali situazioni, aumenta il rischio che le esigenze di ottimizzazione e produttività eclissino il fine proprio della leadership della comunità.

(ivi, p. 11).

Il rapporto delle prime comunità cristiane con la società si manifestava in un amore che non era rivolto a strumenti e metodi, ma alle persone, che potevano conoscere l’amore di Dio attraverso il messaggio di salvezza di Gesù (Marco 16:15) e da una vita pratica coerente con i suoi insegnamenti (I Giovanni 2:3-6).

Immagini bibliche: il pastore, il corpo e il lievito

La Bibbia non è soltanto la cronaca di una serie eventi, ma è un testo traboccante di simbologia. Come evidenzia il teologo riformato Kevin Vanhoozer (2005) gran parte della teologia biblica si fonda sulle metafore perché, come dispositivi linguistici, travalicano ancora di più il proprio contesto di riferimento, arrivando a un’estensione di significato che rende possibile afferrare il trascendente. Tra le molteplici metafore che troviamo nel testo biblico, ce ne sono alcune che riguardano più direttamente il vissuto della comunità cristiana.

Il Buon Pastore (V Sec.) – Roma, Catacomba dei Giordani

Il pastore: modello del leader

Secondo Strauch (1995) la metafora biblica del pastore interessa la natura e il carattere della leadership cristiana: “un’immagine caratterizzata da intimità, tenerezza, preoccupazione, abilità, duro lavoro, sofferenza, e amore” (ivi, p. 16). Nell’Antico Testamento il re Davide e altri leader in Israele sono chiamati pastori, ma anche Dio stesso.

Il Salmo 23 descrive il modo in cui il Signore guida la vita del fedele, proteggendolo e curandolo come un pastore con il suo gregge; di conseguenza i leader devono imitare la guida di Dio. In linea con questa descrizione, nel Nuovo Testamento Gesù si definisce il “buon pastore” (Vangelo di Giovanni 10), come esempio per i discepoli. Proprio uno di loro, Pietro, applicherà la stessa metafora ai nuovi responsabili delle comunità cristiane:

Esorto dunque gli anziani che sono tra di voi, io che sono anziano con loro e testimone delle sofferenze di Cristo e che sarò pure partecipe della gloria che deve essere manifestata: pascete il gregge di Dio che è tra di voi, sorvegliandolo, non per obbligo, ma volenterosamente secondo Dio; non per vile guadagno, ma di buon animo; non come dominatori di quelli che vi sono affidati, ma come esempi del gregge.

(I Pietro 5:1-3)

Per Keener (2016) l’immagine del pastore usata da Pietro assomiglia più a una guida premurosa che a un capo severo (ivi, p. 696). Gli anziani di ogni comunità locale hanno la responsabilità di nutrirne i membri, che non sono di loro proprietà ma “di Dio”. Questo compito si realizza attraverso l’insegnamento spirituale e la cura pratica, esattamente come fece Gesù con lo stesso Pietro (Giovanni 21:11-17).

Un altro incarico è quello di proteggere il “gregge”, caratterizzato da un gioco di contrasti: per Crowther (2018) i pastori non svolgono il proprio compito per dovere, ma con un atteggiamento spontaneo; guidano la comunità con passione e zelo, non per fare più soldi; la loro autorevolezza non deriva dall’imposizione della propria volontà, ma da una vita coerente.

Secondo Alexander Strauch, anche oggi la leadership cristiana dovrebbe avvicinarsi alla figura dei pastori che rimangono “in piedi lunghe ore a garantire la sicurezza della comunità, conducendola verso pascoli freschi, trasportando sulle proprie spalle i più deboli, cercando i perduti, curando i feriti e i malati” (Strauch, 1995, p. 16) e non a quella dei “dirigenti aziendali, amministratori delegati o consulenti” (Strauch, 1995, p. 17).

Il corpo: una chiesa organica

Passando dalla leadership all’intera comunità, si arriva alla metafora del corpo. Per il teologo battista Robert Saucy (1972) si tratta dell’immagine della chiesa preferita dall’apostolo Paolo nelle sue epistole: Cristo è il capo del resto del corpo, che è la chiesa (Colossesi 1:18). Questa metafora può essere applicata sia alla chiesa universale sia alla comunità locale, intesa come corpo di Cristo in una determinata località. I due passi più importanti sono quelli che troviamo nella prima lettera ai Corinzi e in quella agli Efesini:

Poiché, come il corpo è uno e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un solo corpo, così è anche di Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati in un unico Spirito per formare un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi; e tutti siamo stati abbeverati di un solo Spirito. Infatti il corpo non si compone di un membro solo, ma di molte membra. (…) l’occhio non può dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; né il capo può dire ai piedi: «Non ho bisogno di voi». Al contrario, le membra del corpo che sembrano essere più deboli, sono invece necessarie; e quelle parti del corpo che stimiamo essere le meno onorevoli, le circondiamo di maggior onore; le nostre parti indecorose sono trattate con maggior decoro, mentre le parti nostre decorose non ne hanno bisogno; ma Dio ha formato il corpo in modo da dare maggior onore alla parte che ne mancava, perché non ci fosse divisione nel corpo, ma le membra avessero la medesima cura le une per le altre. Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui. Ora voi siete il corpo di Cristo e membra di esso, ciascuno per parte sua.

(I Corinzi 12:12-27)

Seguendo la verità nell’amore, cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo. Da lui tutto il corpo ben collegato e ben connesso mediante l’aiuto fornito da tutte le giunture, trae il proprio sviluppo nella misura del vigore di ogni singola parte, per edificare se stesso nell’amore.

(Efesini 4:16)

Saucy identifica almeno tre principi che regolano il vissuto della comunità cristiana come corpo: unità, diversità, reciprocità (Saucy, 1972, pp. 24-25). L’unità è la solidità strutturale, mantenuta dall’unica fede in Gesù e consolidata dagli sforzi di ogni singolo membro, guidati dall’amore. Ma queste membra sono diverse, una diversità naturale e necessaria, in cui nessun organo può fare a meno di un altro, nessuno può essere trascurato o considerato inferiore. La cooperazione e la dipendenza producono reciprocità, una connessione che non si interrompe, in cui si condividono empaticamente gioie e dolori e nessuno è sollevato dalle proprie responsabilità verso l’altro.

A dispetto delle dinamiche disumanizzanti che si possono riscontrare nella chiesa McDonaldizzata, la comunità-corpo è un’immagine profondamente umana, organica e dinamica, che implica una diversità naturale, non una omogeneizzazione forzata basata su processi aziendali.

Il lievito: l’artificiosità da evitare

Per rafforzare la necessità di maggiore integrità della chiesa e del suo messaggio, Gesù usa la parabola del lievito:

Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito che una donna prende e nasconde in tre misure di farina, finché la pasta sia tutta lievitata»

(Matteo 13:33)

Si tratta di un’immagine che si può comprendere meglio nel contesto dell’uditorio contemporaneo a Gesù. Nella nostra cultura, il lievito è parte integrante della panificazione, ma non per i giudei che stavano ascoltando quella parabola. L’uso del lievito, elemento che alterava l’impasto del pane, era vietato durante la Pasqua, la festività più importante (Esodo 12:15, 19; 13:7; Deuteronomio 16:4), e nel pane offerto al tempio (Levitico 2:11; 6:17). Gesù stesso, in altre occasioni, usa il lievito come segno di pratiche e insegnamenti che alteravano la verità (Luca 12:1; Marco 8:15). Questa parabola si trova insieme ad altre, le cosiddette parabole del regno dei cieli,[3] che descrivono l’opera svolta dalla Chiesa.

Il teologo del movimento Plymouth Brethren William E. Vine (1940) chiarisce che nella parabola citata, il regno è paragonato al lievito, non significa che il regno sia il lievito, l’intera parabola costituisce la descrizione di ciò che accade nel regno.

Il missionario e teologo pentecostale Donald Stamps (1992) nota che questo avvertimento abbia poi trovato poi riscontro nella storia stessa: l’iniziale messaggio di Cristo sarebbe stato continuamente alterato da pratiche e dottrine estranee accettate dagli stessi membri del Suo regno (ivi, p. 1841).

Insegnamenti come il vangelo della prosperità e le dinamiche irrazionali del cristianesimo McDonaldizzato, come la celebrity culture, possono essere considerate una delle tante forme di lievito, soprattutto alla luce dei princìpi che guidavano le comunità cristiane delle origini.

Agli eccessivi menu fatti di cibo spirituale altamente industrializzato prodotto dalla chiesa McDonaldizzata, e venduto a prezzi molto alti, si può contrapporre il pane universale ed essenziale condiviso dalla chiesa primitiva, ma perfettamente adeguato alla soddisfazione dell’anima: Gesù stesso (Giovanni 6:35) e il suo messaggio (Matteo 4:4).

Testi di approfondimento

Come anticipato nella premessa, avrei voluto ampliare questo capitolo.

Ma credo sia meglio dar voce ad autori evangelici che approfondiscono la natura e la vita della chiesa meglio di quanto possa farlo io in questo articolo.

Mi limiterò a fare una lista di libri in lingua italiana, di autori con punti di vista sicuramente diversi tra loro, ma sempre centrati sulla Bibbia. Alcuni sono piccoli e agili, altri più lunghi e impegnativi, ma tutti molto utili.

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Consulta la bibliografia


[1] https://www.lakewoodchurch.com/about, consultato il 14/08/2021

[2] Il Plymouth Brethren (o fratelli di Plymouth) è un movimento evangelico nato nel 1831 da una frangia “non conformista” dell’anglicanesimo che enfatizzava il “sacerdozio universale dei credenti” contrapponendolo alla rigida gerarchia ecclesiastica e l’autonomia delle singole comunità locali.

[3] Il regno dei cieli è un’altra metafora che allude al regno spirituale di Dio, di cui la Chiesa è un’espressione visibile (Stamps, 1992)

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